Ex Ilva, altiforni verso lo stop: la salute pesa più della produzione
La Corte d’appello di Milano ha negato una nuova sospensione: l’area a caldo dovrà fermarsi entro fine ottobre, mentre resta atteso il verdetto della Cassazione.
Il provvedimento giudiziario ha già prodotto i primi effetti sul lavoro. Nei giorni scorsi Acciaierie d’Italia ha avviato le procedure per la cassa integrazione, spiegando che il blocco degli impianti impedirà di alimentare le attività collegate alla produzione e le strutture di supporto.
L’azienda ha collegato la sospensione alla necessità di una riorganizzazione complessiva del gruppo. Il fermo dell’area a caldo, secondo quanto comunicato, rischia infatti di ripercuotersi sulle lavorazioni a valle e sulle funzioni di staff che dipendono dal ciclo produttivo degli altiforni.
Il fermo si avvicina per gli impianti
Resta dunque operativo l’ordine emesso il 27 luglio dal tribunale civile di Milano. La decisione imponeva al gruppo siderurgico di interrompere, entro 90 giorni, l’attività dell’area a caldo: il termine indicato porta alla fine di ottobre.
La ripartenza non potrà avvenire finché non sarà completata la rimozione dell’amianto presente negli impianti e finché le emissioni di polveri sottili non saranno riportate entro livelli considerati sicuri. Sono questi gli interventi indicati come condizioni necessarie per superare il blocco.
La salute resta il criterio decisivo
La Corte d’appello di Milano ha respinto anche la seconda richiesta di sospensione avanzata dai legali del gruppo in amministrazione straordinaria e di AdI spa. La prima istanza era stata bocciata l’11 settembre; il nuovo esame non ha modificato l’efficacia del provvedimento precedente.
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Nell’ordinanza, il collegio presieduto da Giuseppe Ondei ha ribadito che la tutela della salute dei cittadini viene prima degli altri interessi, alla luce delle emissioni nocive contestate e della presenza di amianto. La fissazione dell’udienza in Cassazione, si legge nel provvedimento, non cambia il quadro già delineato dai giudici.
Il passaggio davanti alla Cassazione
Il 30 settembre le parti avevano discusso davanti alla Corte d’appello. Il sostituto procuratore generale Angelo Renna aveva sollecitato il rigetto della nuova istanza, mentre i rappresentanti legali dell’ex Ilva e di AdI avevano sostenuto che lo spegnimento avrebbe provocato un danno irreparabile.
La difesa aveva chiesto di rinviare gli effetti del blocco almeno fino alla pronuncia della Suprema Corte, la cui udienza è stata fissata per il 20 ottobre. La richiesta non è stata accolta: per ora, quindi, rimane valido l’obbligo di fermare l’area a caldo entro la scadenza stabilita dal tribunale milanese.
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