Europa sotto pressione: la guerra ibrida è già un test politico
Droni, sabotaggi e cyberattacchi alzano il livello dello scontro con Mosca, mentre l’Europa cerca una risposta comune senza indebolire le proprie regole democratiche.
Un Consiglio di sicurezza europeo potrebbe diventare uno strumento decisivo per affrontare le minacce provenienti da Mosca, ma soltanto se fosse dotato di reali capacità operative. Beniamino Irdi, esperto di competizione tra potenze e resilienza democratica, avverte che un nuovo organismo destinato soltanto al confronto politico rischierebbe di aggiungere un altro tavolo senza modificare la risposta dell’Unione.
L’idea è stata rilanciata da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre. Nella stessa occasione, la presidente della Commissione europea ha proposto anche un protocollo di emergenza collegato all’articolo 4 della Nato, mentre Irdi sostiene da tempo la necessità di un Consiglio di sicurezza nazionale italiano.
Un organismo utile solo se decide
Secondo Irdi, la sicurezza resta il settore nel quale i governi dell’Unione mostrano la maggiore prudenza nel trasferire competenze a livello comune. Per questo un eventuale Consiglio europeo avrebbe senso soltanto se potesse assumere decisioni e generare conseguenze concrete. In caso contrario, la sua funzione si limiterebbe alla discussione, senza incidere sulle scelte degli Stati membri.
Il tema si inserisce in una fase nella quale le democrazie devono difendere le proprie regole senza trasformarle in un ostacolo paralizzante. L’esperto non propone di rinunciare allo Stato di diritto, alla trasparenza o al controllo pubblico, ma invita a valutare come tutelare quei principi quando vengono sfruttati dagli avversari per rallentare la reazione istituzionale.
La soglia non è scritta nei trattati
Il confronto con la Russia non riguarda più soltanto attacchi informatici e campagne di disinformazione. Negli ultimi mesi, osserva Irdi, le azioni sono diventate più ravvicinate, materiali e riconoscibili: droni, ordigni e sabotaggi hanno preso spazio rispetto alle forme meno visibili di pressione. Mosca, secondo questa lettura, potrebbe aver considerato insufficiente la risposta occidentale alle precedenti operazioni nel cyberspazio e nell’informazione, aumentando così il livello di rischio accettato.
Un altro elemento riguarda la minore attenzione russa alla possibilità di negare il proprio coinvolgimento. Alcuni episodi recenti, per la loro complessità, sembrano difficilmente riconducibili a gruppi non statali. Il messaggio che ne deriva, sostiene l’analista, potrebbe essere l’intenzione di rendere riconoscibile l’origine della minaccia invece di mantenerla nell’ambiguità.
Per Irdi, tuttavia, il problema non si risolve sostituendo l’etichetta di “guerra ibrida” con quella di guerra convenzionale. Ogni azione, presa isolatamente, tende a restare sotto il livello necessario per provocare una reazione forte; la soglia viene quindi spostata gradualmente. Come spiega l’esperto, “la soglia è politica”: non dipende da un parametro tecnico fissato una volta per tutte, ma dalle decisioni dello Stato colpito.
Paura e divisioni sono bersagli
L’effetto di queste operazioni non coincide necessariamente con il danno fisico prodotto da un drone o da un incendio. Anche la percezione di vivere sotto una minaccia continua può diventare un risultato strategico, perché alimenta sfiducia e senso di impotenza nella popolazione.
Il bersaglio finale, secondo Irdi, è la solidità del sistema democratico: la credibilità delle istituzioni, la capacità di deterrenza e la fiducia nella protezione garantita dallo Stato. Se un’azione riesce a generare paura, conflitti interni o l’idea che le autorità non sappiano reagire, può raggiungere il proprio scopo anche senza provocare distruzioni rilevanti.
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Questa dinamica contribuisce a rendere più difficile una risposta coordinata. Nei regimi democratici, infatti, le decisioni devono misurarsi con il consenso elettorale, con il diritto e con il costo immediato delle misure adottate. Proprio questi vincoli, che rappresentano una garanzia per i cittadini, possono essere sfruttati da chi conduce campagne di pressione prolungate.
Energia, riserve e aiuti a Kiev
L’Europa dispone ancora di strumenti per aumentare il prezzo delle azioni russe. Irdi indica innanzitutto il settore energetico, pur riconoscendo che un’ulteriore stretta avrebbe conseguenze anche per i Paesi europei. Tra le opzioni rimangono inoltre le riserve russe bloccate e il sostegno militare all’Ucraina attraverso armamenti, informazioni e assistenza operativa.
L’utilizzo degli asset congelati resta però una scelta delicata. Sul piano legale esistono ostacoli rilevanti e, sul versante politico, diversi Stati potrebbero interrogarsi sulla sicurezza delle proprie riserve. Irdi considera il precedente sensibile, ma non ritiene inevitabile che una decisione sui fondi russi provochi automaticamente il ritiro degli investimenti di altri Paesi: la Russia, ricorda, ha aggredito un Paese sovrano e porta avanti da quattro anni e mezzo una guerra condotta anche attraverso strumenti non convenzionali.
Anche le esitazioni sull’assistenza militare a Kiev sono state influenzate dal timore di un allargamento dello scontro. Secondo l’analista, la paura dell’escalation ha condizionato per anni sia il tipo di aiuti forniti sia i tempi delle decisioni occidentali.
La deterrenza cerca una linea comune
La risposta europea dovrebbe poggiare su una dottrina condivisa, capace di associare a ogni attacco conseguenze prevedibili e comprensibili. I costi imposti all’aggressore, nella prospettiva indicata da Irdi, dovrebbero superare il vantaggio atteso dall’operazione.
Il momento attuale potrebbe favorire una maggiore integrazione delle politiche di sicurezza. La diffusione di sabotaggi, attacchi informatici, interferenze informative e incursioni con droni ha reso più evidente la necessità di un coordinamento europeo, mentre l’Unione continua ad adottare misure contro quelle che definisce “attività ibride” russe.
A settembre la Germania ha attribuito a Mosca il tentativo di colpire con droni esplosivi l’aeroporto di Lipsia/Halle. Nello stesso periodo, una nave militare russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero danese nel Baltico e le autorità lituane hanno abbattuto un drone armato. Von der Leyen ha descritto le minacce rivolte all’Europa come “sempre meno ibride e sempre meno minacce”, sottolineando il passaggio da pressioni ambigue ad azioni più esplicite.
Irdi è nonresident senior fellow del German Marshall Fund e fondatore e ceo di HighGround, società attiva nella consulenza sul rischio politico. Il 6 novembre, alla Luiss di Roma, la sua organizzazione promuove gli “HG Dialogues”, incontro dedicato alla sicurezza nazionale, al ruolo delle imprese e al nuovo rapporto tra settore pubblico e privato.
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