7.000Lettori online ora
Cronaca 4 min di lettura8 ore fa

Droni e sabotaggi, la soglia che può cambiare la risposta europea

L’Europa affronta una pressione russa più esplicita: per Beniamino Irdi la deterrenza dipende da costi certi e da decisioni politiche condivise.

La distanza tra una minaccia indiretta e un’aggressione aperta si sta riducendo. Droni esplosivi, sabotaggi, attacchi informatici e campagne di disinformazione sono diventati più frequenti e visibili, mentre l’Europa cerca di capire quando sia necessario rispondere con strumenti più incisivi.

A settembre la Germania ha attribuito a Mosca un tentativo di attacco con droni all’aeroporto di Lipsia/Halle. Nello stesso periodo, nel Baltico, una nave militare russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero danese e la Lituania ha abbattuto un velivolo senza pilota carico di esplosivo. Nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, Ursula von der Leyen ha osservato che le minacce contro l’Europa sono “sempre meno ibride e sempre meno minacce”.


La soglia non è solo militare

Secondo Beniamino Irdi, nonresident senior fellow del German Marshall Fund e amministratore delegato di HighGround, la questione decisiva non riguarda soltanto la definizione da usare. Negli ultimi mesi, spiega, le iniziative russe sono diventate più ravvicinate, concrete e rischiose, con un ricorso crescente a esplosivi, droni e sabotaggi. La risposta occidentale alle precedenti operazioni cyber e alle campagne di manipolazione informativa potrebbe essere stata percepita da Mosca come insufficiente.

Un altro elemento riguarda la cosiddetta “plausible deniability”, cioè la possibilità di negare con credibilità il proprio coinvolgimento. Gli episodi più recenti, osserva Irdi, sembrano difficilmente riconducibili ad attori non statali. Il messaggio potrebbe quindi essere diventato più diretto: non soltanto la Russia accetterebbe di essere indicata come responsabile, ma intenderebbe rendere riconoscibile l’origine della pressione.

L’analista invita però a non concentrarsi soltanto sull’etichetta “guerra ibrida”. Il meccanismo di queste campagne consiste nel mantenere ogni singolo attacco sotto il livello capace di provocare una reazione forte. La soglia, sottolinea, non è fissata da un manuale o da un accordo internazionale: viene determinata dalle decisioni politiche degli Stati colpiti.

“Non è il nome che impedisce una risposta efficace. Siamo noi, con le nostre azioni, a determinare dove si trova quella soglia”, afferma Irdi. L’aumento graduale della pressione rende infatti complesso costruire il consenso necessario per reagire, perché ogni episodio isolato può apparire insufficiente.


Paura e deterrenza sono il vero bersaglio

La presenza dei droni contribuisce anche a una percezione di vulnerabilità. Una volta radicata l’idea di un pericolo permanente, l’avversario può ottenere un risultato politico anche quando l’operazione non provoca danni rilevanti o non raggiunge il proprio obiettivo materiale.

Per Irdi, il bersaglio finale non coincide necessariamente con un’infrastruttura o con un sito militare. La pressione mira piuttosto alla fiducia nelle istituzioni, alla coesione sociale e alla credibilità della deterrenza. Se una popolazione si sente esposta e ritiene incapace lo Stato, l’operazione può considerarsi efficace anche senza un attacco distruttivo.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

La risposta, in questo quadro, dovrebbe poggiare su una linea comune europea. L’idea è associare a ogni azione ostile conseguenze prevedibili, riconoscibili e sufficientemente pesanti da superare il vantaggio atteso da chi l’ha organizzata. L’emergenza potrebbe così diventare, secondo l’esperto, un’occasione per definire una politica condivisa di sicurezza.

Tra gli strumenti ancora disponibili vengono indicati il settore energetico, gli aiuti militari e di intelligence all’Ucraina e l’utilizzo degli asset russi congelati. Tutte le opzioni comportano però costi e rischi: ridurre la dipendenza energetica da Mosca avrebbe effetti anche sui Paesi europei, mentre la confisca delle riserve solleva questioni giuridiche e timori legati alla tutela dei patrimoni sovrani.


Democrazie sotto pressione

Il dibattito sugli asset congelati mette in evidenza una difficoltà più ampia. Lo Stato di diritto impone procedure e limiti, mentre i governi devono fare i conti con l’opinione pubblica, soprattutto quando le misure di contrasto possono far aumentare i prezzi dell’energia o produrre conseguenze economiche immediate.

Questi vincoli, spiega Irdi, rappresentano nello stesso tempo una garanzia e un punto sfruttabile dagli avversari. La richiesta non è abbandonare i principi liberali, ma interrogarsi su come difenderli quando la trasparenza, i tempi decisionali e il controllo democratico vengono utilizzati per rallentare la reazione.

La stessa riflessione riguarda la gestione delle informazioni sensibili. In una fase di forte tensione, segreto di Stato, intelligence e strutture dedicate alla sicurezza non possono funzionare con il medesimo livello di esposizione pubblica previsto per un’amministrazione ordinaria. Il problema diventa quindi trovare un equilibrio diverso senza svuotare le garanzie fondamentali.

Nel discorso del 16 settembre, von der Leyen ha proposto anche un protocollo europeo di emergenza collegato all’articolo 4 della Nato e un futuro Consiglio di sicurezza europeo. Irdi considera l’ipotesi significativa perché tocca il nodo della sovranità nazionale: proprio sulle questioni di sicurezza, infatti, gli Stati membri mostrano la maggiore resistenza a trasferire competenze.

Un organismo del genere, secondo l’esperto, avrebbe valore soltanto se potesse assumere decisioni effettive e produrre conseguenze concrete. Se si limitasse ad aggiungere un altro tavolo di confronto, il rischio sarebbe quello di non modificare la capacità europea di reagire alle minacce.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere