Dal mito televisivo al fuoco incrociato: cosa resta dei Ris
La parabola dei Ris di Parma racconta come il pubblico sia passato dall’ammirazione per la scienza investigativa alla diffidenza verso i suoi protagonisti.
Oggi sarebbe difficile immaginare il lancio di una nuova fiction dedicata ai Ris senza provocare discussioni e contestazioni. All’inizio degli anni Duemila, invece, l’operazione sembrava quasi naturale: il pubblico guardava al reparto scientifico dei carabinieri come a un simbolo di precisione, tecnologia e capacità investigativa.
Quella stagione televisiva ebbe come volto di riferimento Luciano Garofano, allora alla guida dei Ris di Parma. Nel tempo, però, la sua immagine è cambiata radicalmente: da esperto chiamato in televisione per chiarire i casi più complessi è diventato una presenza spesso contestata nei dibattiti televisivi, dove si trova non di rado in posizione minoritaria.
Quando i Ris conquistarono la televisione
Il successo arrivò nel 2005 con “Ris – Delitti Imperfetti”, produzione di Canale 5 realizzata da Taodue e ispirata anche al libro “Delitti Imperfetti” di Garofano. La serie, guidata sullo schermo da Lorenzo Flaherty, raggiunse una media di 8 milioni di spettatori e il 30% di quota d’ascolto nella prima stagione.
In alcune serate il risultato fu ancora più alto: il 9 febbraio 2005 la fiction arrivò al 47,5% di quota d’ascolto, mentre la settimana successiva toccò 9,6 milioni di spettatori. Il progetto si sviluppò per cinque stagioni e generò anche “Ris Roma”, serie derivata composta da tre stagioni. Il formato attirò inoltre l’interesse della Francia, dove TF1 acquistò i diritti per una propria trasmissione.
L’idea, come spiegò il produttore Pietro Valsecchi, nacque dopo il lavoro svolto sul caso del serial killer Donato Bilancia e sul coinvolgimento dei Ris nella miniserie “L’ultima pallottola”. Da quella collaborazione prese forma una fiction costruita attorno al reparto scientifico, utilizzando vicende realmente affrontate dall’Arma come punto di partenza, ma adattandole alle necessità narrative.
La scienza come promessa di certezza
La produzione cercò di rendere credibili le procedure mostrando strumenti, sopralluoghi e ricostruzioni delle scene del crimine. Gli specialisti del nucleo collaborarono direttamente con la troupe e arrivarono a spiegare come utilizzare le apparecchiature più delicate.
Tra i casi trasformati in elemento narrativo ci fu quello di Unabomber, scelto come filo conduttore delle 12 puntate. Nella serie l’attentatore veniva individuato, mentre nella realtà non è mai stato identificato.
In quegli anni il fascino dei Ris dipendeva anche dall’idea che ogni dettaglio potesse condurre alla soluzione. Norma Rangeri, sul “Manifesto”, sintetizzò quella visione osservando che sul luogo del delitto il responsabile lascia più tracce di quante riesca a eliminare. La rapidità del sopralluogo e la protezione della scena erano presentate come condizioni decisive per non compromettere gli indizi.
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Da esperti a protagonisti contestati
Anche la cronaca contribuì a rafforzare quell’immagine. Dopo l’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, un articolo descrisse i carabinieri impegnati con tute, mascherine e procedure rigorose: prima la documentazione fotografica, poi l’analisi del materiale raccolto e infine la ricerca di impronte e tracce organiche, anche attraverso il luminol.
Il reparto appariva così come una garanzia quasi assoluta di metodo e affidabilità. La televisione trasformava le tecniche investigative in un linguaggio facilmente riconoscibile e Garofano incarnava l’esperto capace di intervenire quando sembrava che un caso fosse arrivato a un punto morto.
La percezione attuale è molto diversa. Senza entrare nel merito delle recenti ricostruzioni giudiziarie e delle polemiche che hanno coinvolto Garofano, il dato più evidente riguarda il mutamento del ruolo pubblico: quello che un tempo era il “Mister Wolf” dei casi italiani è oggi diventato un bersaglio ricorrente nei talk.
Un passato difficile da riproporre
Il contrasto tra le due epoche emerge anche pensando a una possibile nuova stagione della fiction. Un racconto fondato sull’infallibilità delle analisi scientifiche incontrerebbe oggi un pubblico più sospettoso e un sistema televisivo pronto a discutere non soltanto le indagini, ma anche la credibilità di chi le illustra.
Sarebbe quindi curioso osservare come verrebbe promossa una serie simile dagli stessi ambienti televisivi che oggi criticano apertamente l’operato di Garofano. Il nome di Milo Infante, esposto su posizioni contrarie all’ex comandante dei Ris, rende bene la distanza tra la stagione del trionfo popolare e quella delle contestazioni.
Non è cambiato soltanto il destino televisivo di un personaggio. È mutato il modo in cui il pubblico guarda alla prova scientifica, alla ricostruzione di un delitto e agli esperti chiamati a raccontarli. Da simbolo di certezza, il mondo dei Ris è diventato il terreno di una discussione molto più diffidente.
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