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Cronaca 3 min di lettura58 min fa

Dai social al carcere: chi è Youssef Siher, il volto del 17 ottobre

Ricerca, giornalismo e attivismo filopalestinese nel percorso del trentenne accusato di aver guidato la comunicazione del Movimento 17 ottobre

Prima dell’arresto, Youssef Siher era conosciuto soprattutto per il suo percorso tra università, ricerca e impegno politico. Il trentenne italiano di seconda generazione viene ora indicato dagli inquirenti come amministratore della pagina Instagram e del gruppo Telegram Movimento 17 ottobre, realtà collegata agli scontri verificatisi nel centro di Milano lo scorso fine settimana.

La Procura di Milano gli contesta ipotesi di particolare gravità, mentre la moglie risulta indagata a piede libero per gli stessi reati. Il ricercatore è stato trasferito dalla Questura milanese in carcere.

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Un percorso tra ateneo e ricerca

Siher ha studiato al liceo Fermi di Salò e si è laureato in Scienze umanistiche per la comunicazione all’Università degli Studi di Milano. Durante gli anni universitari ha fatto parte del Senato accademico e ha ricoperto l’incarico di presidente degli studenti universitari musulmani.

In seguito ha completato il percorso magistrale in Scienze politiche e di governo, concentrandosi su comunicazione politica, storia del Nord Africa e del Medio Oriente, geopolitica e movimenti islamici. Nel suo curriculum compare anche un periodo di formazione come ricercatore nell’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa dell’Ispi.

L’istituto ha precisato che la collaborazione si è svolta nel 2024 e che, successivamente, non sono seguiti altri rapporti professionali. Gli argomenti affrontati da Siher riguardavano soprattutto l’Islam politico, le organizzazioni islamiste e il legame tra Islam e nazionalismo arabo.


L’attivismo filopalestinese sui social

Parallelamente all’attività accademica, Siher ha sviluppato una presenza costante nelle mobilitazioni a sostegno della Palestina. Nel luglio 2025, durante una protesta contro il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv, aveva sostenuto il diritto a manifestare contro quella che definiva la complicità delle istituzioni italiane nella situazione di Gaza e della Palestina.

In occasione delle proteste filopalestinesi alla Stazione Centrale di Milano, il 22 settembre 2025, aveva pubblicato un messaggio dai toni duri: «Arriverà il giorno in cui romperemo quel muro di vetro dietro il quale vi nascondete». In altri post aveva scritto che la lotta sarebbe proseguita fino al ritorno degli abitanti nelle loro terre e aveva aggiunto: «Non ci arrendiamo, vinceremo o moriremo».

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Tra i contenuti circolati online figura anche una risposta pubblicata il 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco di Hamas contro Israele, a un messaggio di Matteo Salvini in sostegno di Tel Aviv. In quell’occasione Siher aveva scritto «Allah Akbar».


Le accuse dopo gli scontri

Il provvedimento eseguito dalla Procura milanese ipotizza l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità terroristica. A Siher viene inoltre contestato l’articolo 420 bis del nuovo decreto-legge, norma che punisce la violenza organizzata durante le manifestazioni pubbliche.

Secondo l’accusa, l’attività sui social avrebbe favorito l’incitamento alla commissione di reati e l’apologia di uno o più illeciti. Viene contestata anche la fattispecie prevista dall’articolo 270 bis, comma 1, relativa alla promozione, costituzione, organizzazione, direzione o finanziamento di associazioni orientate a compiere atti violenti con finalità terroristiche o eversive. Per questo reato la legge prevede una pena compresa tra sette e quindici anni di reclusione.


Le esperienze professionali

Il curriculum del trentenne comprende anche collaborazioni con testate giornalistiche. Ha svolto uno stage e lavorato per Il Fatto Quotidiano, attività che, secondo quanto riferito, non proseguirebbe da circa un anno e mezzo. Per Il Foglio ha invece firmato un solo articolo, pubblicato nel 2022.

Prima dell’arresto aveva inoltre lavorato come assistente di biblioteca all’Università Statale di Milano e come fattorino per Glovo. Il suo impegno politico aveva riguardato anche il Marocco: in un’analisi pubblicata su Facebook lo scorso settembre aveva sostenuto che le difficoltà di sanità e istruzione fossero soltanto manifestazioni di una crisi più ampia, attribuita al sistema politico ed economico e al peso di una classe dirigente legata ai grandi capitali.

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