Caso Regeni, il verdetto è vicino: quattro 007 egiziani alla resa dei conti
La Prima Corte d’Assise di Roma si prepara a decidere dopo anni di indagini, ostacoli giudiziari e accuse di depistaggio contro il Cairo.
“Il processo che giunge a conclusione non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri”. Con queste parole il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha descritto in aula il procedimento sulla morte di Giulio Regeni, segnato dalla mancata collaborazione egiziana e da ricostruzioni ritenute fuorvianti. La requisitoria ha indicato un percorso giudiziario costruito contro “il silenzio”, “la menzogna” e i depistaggi.
Le tracce cancellate nel processo
Nel dibattimento sono emersi elementi sulle violenze subite dal ricercatore e sulle anomalie nelle attività investigative condotte al Cairo. Il teste ‘delta’, cittadino egiziano arrestato insieme a Regeni, ha raccontato di aver riconosciuto la voce del giovane mentre veniva picchiato e torturato; dopo alcuni giorni, ha riferito, non lo avrebbe più sentito.
Un altro capitolo ha riguardato le immagini della metropolitana di Dokki, ultimo punto in cui risultava localizzato il telefono di Regeni. I consulenti del Racis e della polizia scientifica hanno accertato l’assenza dei filmati del 25 gennaio 2016 e incongruenze nelle date di modifica di altri file. Il recupero dei dati ha inoltre evidenziato un intervallo senza immagini di circa 18-20 minuti, tra le 19.49 e le 20.08.
La decisione attesa a Roma
Lunedì la Prima Corte d’Assise di Roma si ritirerà per deliberare sulla posizione dei quattro imputati, tutti assenti dal procedimento. La procura ha sollecitato l’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e mezzo di carcere per ciascuno degli altri tre accusati.
Sul banco degli imputati figurano il generale Tariq Sabir, i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. A tutti viene contestato il sequestro di persona pluriaggravato; per Sharif l’accusa comprende anche lesioni personali aggravate e concorso nell’omicidio aggravato.
Un’inchiesta ostacolata dal Cairo
Le indagini presero avvio dopo il ritrovamento del corpo, il 3 febbraio 2016, lungo la strada tra il Cairo e Alessandria. Il 4 dicembre 2018 la procura di Roma iscrisse nel registro degli indagati i quattro appartenenti ai servizi segreti civili e alla polizia investigativa egiziana, grazie anche all’attività di Sco e Ros.
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Negli anni successivi gli incontri tra investigatori italiani ed egiziani non produssero una collaborazione concreta. Il Cairo rimase evasivo anche sulla rogatoria dell’aprile 2019, che comprendeva la richiesta di indicare il domicilio dei funzionari della National Security. Quando Roma annunciò la chiusura delle indagini, il procuratore generale Hamada al Sawi contestò la consistenza degli elementi raccolti, definendoli insufficienti per sostenere l’accusa in giudizio.
Il processo dopo lo stallo
L’Egitto ha sempre negato il coinvolgimento degli ufficiali indicati dalla procura italiana e ha attribuito il delitto a una banda di criminali, sostenendo che fossero morti durante uno scontro con la polizia. La versione ha suscitato la reazione della famiglia Regeni: Paola Deffendi, dopo aver visto il corpo del figlio, aveva detto: “Ho visto sul suo volto tutto il male del mondo”.
Il procedimento aveva subito una battuta d’arresto il 14 ottobre 2021, quando la Terza Corte d’Assise di Roma dichiarò nullo il decreto che disponeva il giudizio a causa dei problemi legati alla conoscenza del processo da parte degli imputati. La questione fu portata davanti alla Consulta dalla procura, guidata dal procuratore capo Francesco Lo Voi e da Colaiocco.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 192, dichiarò illegittima la parte dell’articolo 420-bis del codice di procedura penale che impediva di procedere quando l’assenza di notifica dipendeva dalla mancata cooperazione dello Stato straniero. Secondo i giudici, lasciare indefinitamente bloccati procedimenti per torture commesse da agenti pubblici avrebbe creato una forma di immunità di fatto e violato i diritti della vittima.
Il processo è così iniziato nel febbraio 2024 davanti alla Prima Corte d’Assise di Roma, dopo il rinvio a giudizio disposto dal gup Roberto Ranazzi. Per la procura, nel caso Regeni l’Egitto avrebbe dovuto individuare i responsabili, preservare le prove e garantire una risposta giudiziaria: al posto di questo, secondo l’accusa, si sono susseguiti silenzi e ostacoli che ora la sentenza dovrà valutare.
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