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Cronaca 3 min di lettura2 giorni fa

Caso Regeni, il Cairo alza il muro: il processo italiano è «immotivato

A dieci anni dal ritrovamento del corpo, l’Egitto continua a negare responsabilità statali e contesta la competenza dei giudici italiani.

A dieci anni dall’omicidio di Giulio Regeni, tra Italia ed Egitto resta una distanza che non si è mai ridotta. Mentre a Roma il procedimento giudiziario ha cercato di ricostruire il ruolo di esponenti degli apparati egiziani, il Cairo considera la vicenda sostanzialmente archiviata dal 2021 e respinge ogni competenza italiana sui propri cittadini impegnati nelle istituzioni statali.

Le autorità egiziane non hanno modificato la loro linea: nessun coinvolgimento dei servizi di sicurezza, nessuna responsabilità riconducibile agli apparati pubblici e nessuna base giuridica per un processo celebrato in Italia. Dopo le dichiarazioni di disponibilità alla collaborazione e le promesse di arrivare alla verità, sul caso è quindi calato un lungo silenzio istituzionale.


Dall’incidente alle piste più diverse

Il corpo dello studente friulano venne trovato in un’area periferica del Cairo. In un primo momento gli investigatori egiziani parlarono di un possibile incidente, ma i segni di percosse e torture imposero l’apertura di un’indagine diversa. Furono fermate due persone, poi rilasciate, mentre gli accertamenti si concentrarono anche sulla cerchia di amici e conoscenti di Regeni, sulle organizzazioni non governative e sull’ambiente universitario.

Quella ricerca non portò a prove di imprudenze commesse dalla vittima né confermò l’ipotesi di un arresto. Nel frattempo, le spiegazioni ufficiali cambiarono più volte: dall’incidente si passò a possibili ritorsioni personali e persino a una matrice legata al terrorismo islamico. In Italia, però, cresceva la convinzione che dal Cairo non arrivasse una collaborazione sufficiente.

All’epoca, l’allora ministro dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar assicurò: «La ricerca dei criminali e dei responsabili dell’uccisione di Giulio Regeni è in cima alle nostre priorità». La dichiarazione accompagnò una fase in cui l’Egitto prometteva cooperazione, senza però indicare risultati capaci di chiarire chi avesse ucciso il ricercatore.


Il Cairo respinge il processo italiano

Nel corso dei mesi emersero anche segnalazioni anonime secondo cui Regeni sarebbe stato seguito dai servizi egiziani fin dal suo arrivo nella capitale. Gli investigatori del Cairo prepararono un dossier di 2000 pagine, con riferimenti a 200 persone, ma il materiale non identificava alcun responsabile da consegnare agli inquirenti italiani.

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Le relazioni diplomatiche attraversarono crisi e riavvicinamenti. I governi cambiarono, i rapporti bilaterali ripresero anche sul piano economico e commerciale, ma sul caso Regeni la posizione egiziana rimase ferma: Abdel Fattah Al Sisi continuò a negare il coinvolgimento degli apparati di sicurezza e a ribadire il proprio «pieno impegno» per individuare i colpevoli.

La svolta investigativa arrivò quando in Italia si consolidò la pista che conduceva ad agenti dei servizi segreti egiziani. Il rinvio a giudizio venne allora definito dal Cairo «un processo immotivato», mentre alle richieste della Procura italiana fu opposta l’assenza di una competenza dei tribunali italiani sui cittadini egiziani che operano all’interno delle istituzioni nazionali.


Dieci anni senza una risposta comune

Da quel momento, l’Egitto ha limitato le sue prese di posizione a formule generiche pronunciate soprattutto durante le visite ufficiali italiane. Le promesse di fare chiarezza non sono state accompagnate da un cambio della versione sostenuta dalle autorità egiziane, che continuano a escludere un ruolo dello Stato nell’uccisione.

Il risultato è una frattura ancora aperta: in Italia il procedimento prosegue per accertare eventuali responsabilità individuali, mentre per il Cairo la vicenda appartiene a un capitolo già chiuso. La divergenza riguarda sia la ricostruzione dei fatti sia il principio stesso secondo cui la magistratura italiana possa giudicare cittadini egiziani legati agli apparati pubblici del loro Paese.

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