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Cronaca 4 min di lettura1 ora fa

Azzurri, il risveglio arriva mentre il calcio italiano brucia

Tre partite hanno restituito identità alla squadra di Mancini, ma il buon momento in campo convive con una crisi federale e con numeri allarmanti per il movimento

La Nazionale ha ritrovato gioco e coraggio proprio mentre tutto ciò che la circonda sembra procedere nella direzione opposta. Il pareggio per 1-1 contro la Francia di Zidane, arrivato dopo il successo sulla Turchia e la sconfitta con il Belgio, non cancella i problemi dell’Italia, ma mostra una squadra finalmente capace di interpretare le partite oltre il semplice schieramento iniziale.


Bastoni e Frattesi cambiano il volto azzurro

Il gol segnato a Saint-Denis da Alessandro Bastoni è il simbolo più efficace di questa trasformazione. Il difensore dell’Inter ha aggredito Da Cunha molto lontano dalla propria area, ha recuperato il pallone e ha battuto Maignan: non un’azione nata da una palla inattiva, ma la conseguenza di una libertà interpretativa che gli consente di avanzare, condurre e cercare la giocata verticale.

Per Bastoni è arrivata la seconda rete consecutiva con la Nazionale dopo quella realizzata contro la Turchia. Il percorso personale racconta anche il cambio di scenario: dalla notte di Zenica, associata alla mancata qualificazione mondiale, a un ruolo da protagonista nella nuova fase azzurra. Mancini gli chiede di non restare prigioniero della posizione e di diventare una risorsa anche nella pressione alta.

Davide Frattesi incarna invece il movimento senza palla. Non è un regista né un giocatore chiamato a dirigere ogni possesso: la sua qualità consiste nell’attaccare gli spazi, rompere le linee e arrivare in zone normalmente occupate dagli attaccanti. Contro la Turchia ha segnato il 2-0 con un’azione tutta di prima; a Parigi ha creato pericoli e avviato una delle occasioni migliori del primo tempo con un cambio di gioco.


Il modulo non racconta tutto

Il 4-3-3 è rimasto sulla distinta, ma l’Italia ha imparato a modificarlo durante la partita. Contro il Belgio la squadra era apparsa lunga e vulnerabile dopo la perdita del pallone: Pio Esposito era troppo isolato, Kean partiva largo e il centrocampo soffriva il ritmo degli avversari. Nel primo tempo i belgi avevano concluso quattordici volte, contro le quattro degli azzurri, e Donnarumma aveva impedito che lo svantaggio diventasse più pesante.

A Bursa, tre giorni dopo, Mancini ha cambiato otto titolari. Tonali arretrava tra i difensori in fase di costruzione, Raspadori veniva incontro per offrire una soluzione interna e Frattesi si buttava negli spazi. La formazione poteva così trasformarsi in una linea a tre quando iniziava l’azione, mentre gli inserimenti delle mezzali e degli esterni aprivano corridoi davanti.

Il 4-1 alla Turchia è stato prodotto anche da questi meccanismi. Nei primi ventisette minuti hanno segnato Bastoni, Frattesi e Kayode: un centrale, una mezzala e un terzino. La differenza rispetto all’esordio non stava quindi nel numero scritto accanto al modulo, ma nei compiti assegnati ai giocatori e nella capacità collettiva di reagire alla perdita del pallone.

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A Parigi la squadra ha resistito

Contro la Francia l’Italia ha dovuto accettare una lunga fase senza possesso. All’intervallo i padroni di casa controllavano il 61 per cento del pallone e, nella ripresa, hanno spesso spinto gli azzurri vicino alla propria area. Donnarumma ha effettuato sette parate, risultando decisivo in più occasioni, mentre Olise ha firmato una punizione di grande qualità.

Raccontare la gara come un dominio italiano sarebbe però scorretto. Le occasioni più nitide del primo tempo sono state di Kean e Frattesi, l’Italia ha trovato il pareggio dopo essere passata in svantaggio e, nel finale, ha provato persino a cercare la vittoria quando la Francia è rimasta in dieci per l’espulsione di Upamecano. Mancini ha riassunto la prestazione parlando di una squadra capace di difendere e attaccare insieme.

Il risultato va dunque letto come un segnale di identità, non come la prova che ogni problema sia risolto. Anche nel 1982, dopo lo scandalo delle scommesse, e nel 2006, durante Calciopoli e il commissariamento della FIGC, l’Italia aveva reagito a un contesto esterno molto pesante. Ma allora arrivarono due Mondiali; oggi gli azzurri hanno mancato la qualificazione per tre edizioni consecutive, e ogni paragone deve restare prudente.


Fuori dal campo la crisi resta aperta

Le prestazioni della Nazionale non modificano il quadro del calcio italiano. La FIGC ha indicato perdite annuali superiori a 730 milioni di euro per il professionismo, un indebitamento complessivo di 5,5 miliardi e 194 società escluse dai campionati professionistici per irregolarità economico-finanziarie tra il 1986-87 e il 2024-25.

Anche il rapporto con i giovani e con i calciatori selezionabili per la Nazionale resta un nodo evidente. In Serie A il 67,9 per cento dei minuti era stato disputato da stranieri non convocabili, mentre il campionato italiano occupava il 49° posto mondiale per minuti concessi agli Under 21 eleggibili: appena l’1,9 per cento.

Su questo scenario già fragile si è aggiunta una crisi istituzionale. La federazione è in bilico, sul presidente si discute di un possibile commissariamento e la capo delegazione si è appena dimessa. Perciò le tre partite della Nazionale, due positive e una negativa, possono restituire fiducia alla squadra, ma non bastano a spegnere l’incendio che continua a consumare il sistema.

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