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Cronaca 3 min di lettura3 ore fa

Almese, il lato oscuro della comunità: accuse di abusi e schiavitù

Le indagini dei carabinieri descrivono un sistema fondato su isolamento, lavoro forzato, presunti abusi sessuali e richieste di denaro a donne vulnerabili.

Promesse di guarigione, rituali presentati come cure e richieste economiche molto elevate: è questo uno degli aspetti emersi dall’inchiesta sulla comunità di Almese, nella Bassa Val di Susa. Al centro delle accuse c’è Bruno Antonio Malatesta, 59 anni, che si proponeva come maestro di yoga e avrebbe esercitato un forte controllo sulle persone vicine, soprattutto donne e ragazze.

Le testimonianze raccolte dagli investigatori parlano di isolamento, turni di lavoro estenuanti, regole imposte agli ospiti e presunti abusi sessuali mascherati da pratiche spirituali. Alcune ex appartenenti alla comunità hanno descritto quella realtà con parole durissime: «Eravamo le sue schiave, ci chiamava streghe putt***».


Denaro e promesse di guarigione

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Malatesta avrebbe convinto alcune persone ad acquistare oggetti ai quali attribuiva poteri protettivi. In un caso, una donna affetta da sclerosi multipla e il marito avrebbero speso circa 10mila euro per cristalli destinati, nelle promesse del “maestro”, a tenere lontane malattie e disgrazie. Alla coppia sarebbe stato inoltre venduto un quadro del valore di 150mila euro.

Un’altra donna, arrivata nella comunità dopo una separazione, sarebbe stata persuasa che anche il figlio di sette anni corresse gravi rischi. Per questo avrebbe comprato un cosiddetto “quadro salvavita” al prezzo di 40mila euro. Durante un rituale, il bambino sarebbe stato sottoposto anche a un’incisione sul petto.


L’isolamento dietro le tuniche

L’indagine è stata avviata nel marzo 2024, dopo denunce e querele presentate in precedenza, alcune delle quali risalenti al 2017. Le verifiche dei carabinieri di Torino avrebbero portato alla luce una struttura formalmente collegata alla Fondazione Fiore della Pace, con abitazioni intestate a società riconducibili a Malatesta.

Le persone accolte nelle villette avrebbero dovuto indossare tuniche arancioni, rasarsi i capelli e rispettare regole rigide. Le donne, definite “monache” o “adepte”, sarebbero state obbligate a promettere obbedienza e povertà, consegnando al gruppo i propri beni. Era inoltre richiesto un voto di castità nei confronti di mariti e compagni, mentre il presunto guru si sarebbe escluso da quella regola.

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Le accuse sulle presunte terapie

Tra le pratiche imposte ci sarebbero state le cosiddette “terapie purificatrici”. Per l’accusa, dietro questa definizione si sarebbero nascosti abusi sessuali, giustificati con la necessità di allontanare energie negative, malattie o possibili catastrofi.

Una donna che ha vissuto nella comunità durante l’adolescenza ha raccontato di essere stata costretta a chiedere il permesso per ogni attività. Un’altra testimone, oggi ventisettenne, ha riferito di aver trascorso lì parte dell’infanzia insieme alla madre: la scuola rappresentava il suo unico contatto con l’esterno, mentre nel resto della giornata era obbligata a lavorare nei campi, pulire e cucinare.


Il quadro giudiziario dell’inchiesta

Malatesta è accusato di riduzione in schiavitù, maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale aggravata e truffa aggravata ai danni dello Stato. Quest’ultima contestazione riguarda l’ipotesi che si sarebbe dichiarato invalido senza averne i requisiti.

Nel procedimento risultano coinvolte, a piede libero, anche altre tre persone: una collaboratrice indicata come “maestra”, una psicologa e un “monaco” massoterapista. Quest’ultimo avrebbe praticato, secondo l’accusa, trattamenti sessuali a pagamento rivolti esclusivamente a clienti donne.

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