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Cronaca 2 min di lettura2 giorni fa

Albanese corregge il tiro: cosa c’è dietro il caso sull’antisemitismo

La relatrice Onu ammette l’errore sul termine “Muselmann” dopo aver collegato lo sterminio degli ebrei a un odio nazista rivolto a tutti i popoli semitici.

«Porgo le mie più sincere scuse». Francesca Albanese ha riconosciuto pubblicamente di aver interpretato in modo errato il termine “Muselmann”, usato nei lager nazisti per indicare detenuti ridotti allo stremo. La relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati ha precisato che “antisemitismo” nacque invece per descrivere l’odio contro gli ebrei.


La correzione dopo le critiche

Nel messaggio diffuso sui social, Albanese ha spiegato di aver tratto una conclusione sbagliata dal riferimento ai prigionieri chiamati “musulmani” nei campi di concentramento. Da quell’elemento aveva dedotto che l’antisemitismo indicasse inizialmente un’avversione contro tutte le popolazioni semitiche, non soltanto contro gli ebrei.

La rettifica è arrivata dopo le contestazioni suscitate dalle sue dichiarazioni. Il caso ha riacceso il dibattito sull’uso delle parole legate alla persecuzione nazista e sulla necessità di distinguere il significato storico dell’antisemitismo dalla classificazione linguistica dei popoli semitici.


Che cosa indicava davvero “Muselmann”

Il Jerusalem Post ha respinto la ricostruzione della relatrice, definendola un falso storico. Secondo quanto riportato dal quotidiano di Gerusalemme sulla base delle spiegazioni dell’Auschwitz-Birkenau Memorial, “Muselmann” non identificava gli ebrei in quanto tali: nei lager indicava detenuti devastati dalla fame, dalla malattia e dalla debilitazione fisica.

Anche Donatella Di Cesare, studiosa dell’Olocausto, ha contestato l’interpretazione. Richiamando le testimonianze di Primo Levi, ha ricordato che nel campo il termine descriveva l’ebreo privato di ogni cosa, compresi il volto e l’identità: «Riprendere oggi quel termine per dissolvere la specificità della vittima significa reiterare quella stessa cancellazione».

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La tesi sulle vittime ebree

La posizione iniziale di Albanese era stata esposta in un’intervista a Clate, pubblicazione della Latin American and Carribbean Confederation of State Workers. In quell’occasione aveva sostenuto che il nazionalsocialismo fosse ostile a tutti i gruppi semitici, compresi ebrei e arabi.

Secondo la sua ricostruzione, i 6 milioni di ebrei uccisi durante l’Olocausto non sarebbero stati perseguitati per una scelta mirata contro quel popolo, ma perché costituivano il gruppo più numeroso tra le popolazioni considerate semitiche dai nazisti. La spiegazione aveva quindi ridimensionato la specificità della persecuzione antiebraica, suscitando la reazione di associazioni e istituzioni impegnate nella memoria dell’Olocausto.

Di Cesare ha definito questa impostazione non soltanto una deformazione della storia, ma un «negazionismo per svuotamento». Dopo le correzioni ricevute, Albanese ha però ritirato la propria interpretazione e ha ammesso l’errore sul significato originario del termine antisemitismo.

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