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Cronaca 2 min di lettura7 min fa

A Roma il confronto sulla comunicazione delle diagnosi difficili

La neurologa del Besta è intervenuta alla presentazione del docufilm “Vite in campo” all’Auditorium Parco della Musica

Costanza Lamperti, neurologa e ricercatrice dell’Istituto neurologico Carlo Besta di Milano, ha richiamato l’importanza di comunicare con chiarezza le diagnosi di malattie rare e incurabili, senza privare i pazienti della speranza.

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Come comunicare la diagnosi

Secondo Lamperti, il momento in cui viene comunicata la diagnosi può essere particolarmente difficile per chi riceve la notizia. Il medico deve quindi evitare di nascondere la realtà, accompagnando però le informazioni con un sostegno che aiuti la persona ad affrontare il percorso successivo.

“La verità è quella che dovranno affrontare, ma non è la fine della vita”, ha spiegato la ricercatrice durante l’incontro. La comunicazione, ha aggiunto, può aiutare il paziente a superare la fase iniziale e a comprendere che la propria storia prosegue, anche se con modalità diverse.


Il confronto dopo la proiezione

Le parole di Lamperti sono state pronunciate durante la presentazione di “Vite in campo”, docufilm scritto e diretto da Donatella Romani e Roberto Amato e prodotto da Telomero Produzioni con il contributo non condizionante di Chiesi Italia.

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La proiezione completa si è tenuta all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone e ha riunito persone con malattie rare, pazienti coinvolti in percorsi di trapianto d’organo o legati alla prematurità, familiari che prestano assistenza, professionisti sanitari e associazioni. L’appuntamento ha offerto uno spazio di discussione sulle esperienze di cura e sull’accompagnamento dopo la diagnosi.


Un percorso da costruire

Per la neurologa, dopo la diagnosi il cammino non si conclude: cambia direzione e richiede l’acquisizione progressiva di strumenti nuovi. La capacità di trasmettere questo messaggio fa parte, secondo Lamperti, dell’aiuto necessario per affrontare la malattia.

“Non è la fine della storia”, ha detto la ricercatrice, chiarendo che l’evoluzione della condizione può richiedere tempi e risorse differenti. Il tema è stato affrontato nel confronto collegato al docufilm, insieme alle testimonianze di chi vive direttamente o indirettamente percorsi sanitari complessi.

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