36 milioni spariti: la truffa via WhatsApp che ha colpito Paolo Molesini
Un finto messaggio attribuito a Carlo Messina, una voce clonata con l’IA e bonifici verso Asia: così l’ex numero uno di Fideuram è finito nel mirino di un raggiro internazionale.
Non è una storia isolata: anche figure di primo piano della finanza e dell’impresa possono cadere in raggiri costruiti con tecniche sempre più sofisticate. Nel 2025 era toccato a Massimo Moratti, che finì coinvolto in una frode poi ricostruita dagli investigatori e in gran parte recuperata.
Il precedente che aveva già allarmato gli inquirenti
In quel caso, l’organizzazione criminale si era finta Guido Crosetto per convincere imprenditori e dirigenti a versare denaro con la scusa di un presunto riscatto per giornalisti rapiti in Medio Oriente. Moratti aveva trasferito quasi un milione di euro, somma poi rintracciata integralmente su un conto in Olanda grazie alle indagini dei carabinieri coordinate dalla Procura.
Quel precedente aiuta a capire il contesto in cui si inserisce il caso che ha coinvolto Paolo Molesini, ex presidente di Fideuram. In questa vicenda, il danno potenziale era molto più alto e, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, il meccanismo messo in piedi dai truffatori era stato particolarmente elaborato.
Il messaggio finto e la voce clonata
La trappola sarebbe scattata a febbraio, quando Molesini era ancora alla guida di Fideuram, società controllata da Intesa. Il falso messaggio WhatsApp sembrava arrivare da Carlo Messina, amministratore delegato della capogruppo, e conteneva l’invito a far partire con urgenza una serie di bonifici attraverso la tesoreria dell’istituto.
A rafforzare l’inganno è arrivata poi una telefonata costruita per apparire credibile. Il truffatore si è presentato come Paolo Nastasi, avvocato di un importante studio internazionale, del tutto estraneo alla vicenda, ma soprattutto ha replicato la sua voce con strumenti di intelligenza artificiale. Proprio perché Molesini conosceva quel legale, la conversazione è sembrata autentica.
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Bonifici, blocco e soldi da rintracciare
A quel punto, stando alla ricostruzione, sono partiti i trasferimenti di denaro, in particolare verso Cina e Hong Kong. Solo dopo è scattato l’allarme e Fideuram ha attivato i canali di cooperazione bancaria internazionale, riuscendo a recuperare una parte consistente delle somme uscite.
Restano comunque almeno 36 milioni di euro non recuperati, finiti nella conversione in criptovalute. Gli inquirenti stanno cercando di seguirne le tracce con rogatorie in diversi Paesi, nel tentativo di bloccare il denaro prima che venga monetizzato definitivamente.
La dimensione reale del colpo
L’ammontare complessivo delle uscite, secondo quanto riportato, sarebbe arrivato a circa 95 milioni di euro. Il recupero parziale ha limitato i danni, ma non è bastato a chiudere il conto della frode, che resta uno dei casi più pesanti emersi di recente nel settore.
Il punto centrale, in questa vicenda, è la combinazione tra imitazione digitale, messaggi apparentemente autorevoli e pressione sull’urgenza operativa. Un mix che ha permesso ai truffatori di costruire una catena di comunicazioni plausibile fino all’avvio dei bonifici.
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