Zhang Weiwei sfida l’Europa: «È molto al di sotto della Cina
L’intellettuale cinese difende il modello di Pechino, critica la dipendenza europea da Washington e avverte sui rischi di una guerra commerciale.
L’Europa dovrebbe recuperare una maggiore autonomia strategica e smettere, secondo Zhang Weiwei, di cercare l’approvazione degli Stati Uniti. Il professore cinese considera Washington «un problema» per il continente e giudica irrazionale l’ipotesi, sostenuta in alcuni Paesi europei, di prepararsi a un possibile conflitto con la Russia entro la fine del decennio.
A suo avviso, l’allargamento della Nato ha contribuito in modo rilevante alla crisi ucraina. La posizione espressa da Zhang riprende quella ufficiale di Pechino, che attribuisce alle scelte occidentali una parte centrale delle responsabilità per l’escalation.
Pechino accusa l’Europa di dipendenza
Intervenendo sul rapporto tra Europa, Cina e Stati Uniti, Zhang ha sostenuto che Pechino abbia sempre appoggiato l’integrazione europea e la costruzione di una capacità decisionale indipendente. Il problema, nella sua lettura, è che negli ultimi anni sarebbe stata l’Unione europea a rinunciare a una quota significativa della propria autonomia.
Anche Emmanuel Macron, ha ricordato, ha usato parole molto dure sul pericolo che l’Europa finisca in una posizione subordinata agli Stati Uniti. Quanto a Donald Trump, Zhang lo descrive come un leader incline a rispettare soprattutto i Paesi e i governanti che percepisce come forti, citando Vladimir Putin e la dirigenza cinese. Per questo, ritiene che Bruxelles dovrebbe tutelare i propri interessi senza inseguire il consenso della Casa Bianca.
Secondo l’intellettuale, l’Europa possiede esigenze diverse da quelle di Washington, Mosca e Pechino. La Cina, ha aggiunto, ha storicamente rifiutato il dominio delle grandi potenze e ha combattuto due guerre contro questo tipo di ingerenza, anche se l’intervista si interrompe prima che il ragionamento venga completato.
Le profezie rivendicate da Zhang
Zhang ha poi collegato la situazione attuale ad alcune analisi formulate quindici anni fa durante il confronto con Francis Fukuyama, autore de *La fine della storia*. In quell’occasione aveva messo in dubbio l’ottimismo suscitato dalle Primavere arabe, prevedendo una trasformazione in quello che definì «inverno arabo».
Il professore sostiene inoltre di avere previsto la necessità di riforme profonde anche per il sistema politico statunitense e di avere segnalato il rischio che il populismo indebolisse le democrazie occidentali. A suo giudizio, quel processo avrebbe potuto condurre gli Stati Uniti a eleggere un presidente persino meno popolare di George W. Bush: Zhang considera l’ascesa di Donald Trump una conferma di quelle valutazioni.
Il confronto con Fukuyama rappresentava due interpretazioni opposte della modernizzazione. Da una parte c’era la centralità attribuita alle istituzioni liberaldemocratiche; dall’altra, la convinzione di Zhang che il percorso cinese dimostrasse l’esistenza di modelli politici alternativi.
Il modello cinese secondo il professore
L’intervista si è svolta al Centro Studi Americani, durante un appuntamento promosso dal Berggruen Institute, organizzazione presente a Los Angeles, Pechino e Venezia. Zhang Weiwei ha discusso con relatori e ospiti di area euro-atlantica, presentandosi non soltanto come docente di Relazioni internazionali, ma anche come una delle voci pubbliche più note della Cina.
Oltre alla direzione del China Institute della Fudan University, Zhang partecipa al programma politico This Is China, trasmesso da Dragon TV, e ha raccolto centinaia di milioni di visualizzazioni sui social. Nel maggio 2021 aveva parlato davanti al Politburo del Partito comunista presieduto da Xi Jinping, affrontando il tema della capacità cinese di rappresentarsi nel mondo.
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Al centro della sua elaborazione c’è l’idea di «Stato-civiltà». La Cina, secondo Zhang, non può essere valutata come un normale Stato-nazione moderno di tipo europeo: sarebbe piuttosto l’unione tra una struttura statale contemporanea, caratterizzata da dimensioni demografiche, territoriali e industriali enormi, e una tradizione politica sviluppatasi senza interruzioni per millenni.
Questa continuità storica viene fatta risalire all’unificazione del 221 avanti Cristo e alla lunga esperienza di amministrazione centralizzata. Zhang considera decisiva anche la selezione dei funzionari attraverso gli esami imperiali, una pratica che, nella sua interpretazione, avrebbe lasciato un’impronta sull’attuale formazione della classe dirigente cinese.
Democrazia, competenza e commercio
Da questa prospettiva nasce la critica ai criteri occidentali di giudizio. Multipartitismo, alternanza elettorale e democrazia liberale, secondo Zhang, non possono essere utilizzati come parametri validi per ogni società e per ogni epoca. La storia cinese, sostiene, avrebbe prodotto un diverso rapporto tra stabilità, selezione dei dirigenti e legittimità politica.
Il professore ritiene che molti esponenti dell’attuale leadership di Pechino abbiano maturato esperienza amministrando province con decine di milioni di abitanti, in alcuni casi più di cento milioni. Da qui deriva il suo giudizio secondo cui la classe dirigente cinese sarebbe «tra le più competenti al mondo», mentre quella dell’Unione europea sarebbe «molto debole» e «molto al di sotto» della prima.
Questa impostazione è tuttavia controversa perché il richiamo alla specificità storica può trasformarsi nella giustificazione di qualsiasi modello politico, comprese le forme autoritarie più dure. È proprio su questo punto che si concentra il contrasto con la visione di Fukuyama, fondata sul ruolo delle istituzioni liberaldemocratiche.
Sul terreno economico, Zhang ha ridimensionato l’allarme europeo per il disavanzo commerciale nei rapporti con la Cina. Il surplus cinese, ha spiegato, comprende anche merci prodotte da aziende europee negli stabilimenti presenti in Cina e successivamente vendute nel mercato dell’Unione.
A questo dato andrebbe affiancato il commercio dei servizi, settore nel quale Pechino registrerebbe invece un saldo negativo nei confronti dell’Europa. Considerando anche i profitti delle imprese europee, Zhang ritiene che la distanza reale sia meno ampia di quanto suggeriscano i soli scambi di beni.
La posizione cinese, ha concluso, non mirerebbe a conservare né un avanzo né un disavanzo permanente. L’obiettivo dovrebbe essere l’ampliamento dei benefici reciproci, mentre una guerra commerciale danneggerebbe entrambe le parti.
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