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Attualità 4 min di lettura53 min fa

Zhang Weiwei: «L’Europa non sia il vassallo degli Stati Uniti

Il professore cinese difende il modello di Pechino, critica la debolezza politica dell’Unione europea e mette in guardia da una guerra commerciale.

L’Europa dovrebbe smettere di cercare la benevolenza di Washington e concentrarsi sui propri interessi. È questa la tesi sostenuta da Zhang Weiwei, professore di Relazioni internazionali e direttore del China Institute della Fudan University, secondo cui il continente avrebbe perso una parte significativa della propria autonomia strategica.

In un confronto dedicato ai rapporti tra Cina, Europa e Stati Uniti, l’intellettuale cinese ha difeso il sistema politico di Pechino e contestato l’idea che le istituzioni liberaldemocratiche rappresentino l’unico modello valido. La sua lettura parte dalla storia millenaria della Cina e arriva alle tensioni commerciali e geopolitiche del presente.


L’Europa tra Washington e Pechino

Per Zhang, la dipendenza europea dagli Stati Uniti non è inevitabile, ma il risultato di una scelta politica. La Cina, ha spiegato, sostiene da tempo l’integrazione del continente e una maggiore indipendenza europea; sarebbe invece l’Unione europea ad avere progressivamente rinunciato a parte della propria autonomia.

Il professore ha richiamato anche le parole di Emmanuel Macron sul rischio per l’Europa di trasformarsi in un “vassallo” degli Stati Uniti. A suo giudizio, Washington, Mosca e Pechino hanno interessi differenti e l’Unione dovrebbe riconoscere questa realtà, senza subordinare le proprie decisioni alla ricerca del consenso americano.

Zhang ha inoltre sostenuto che Donald Trump tenderebbe a rispettare soprattutto i Paesi e i leader percepiti come forti. In questa prospettiva, l’Europa dovrebbe difendere con maggiore fermezza le proprie priorità, invece di cercare l’approvazione della Casa Bianca.


Il nodo degli scambi commerciali

Il rapporto economico tra Cina e Unione europea resta segnato da un forte squilibrio nelle esportazioni, ma Zhang invita a non fermarsi al solo saldo delle merci. Una parte del surplus cinese, ha osservato, deriva infatti da prodotti realizzati in Cina da imprese europee, soprattutto nel settore automobilistico, e successivamente venduti nel mercato dell’Unione.

Nel calcolo, secondo il professore, andrebbero inseriti anche gli scambi nel comparto dei servizi e i profitti delle aziende europee presenti in Cina. Considerando tutti questi elementi, la distanza tra le due economie apparirebbe meno ampia di quanto suggeriscano i dati sulle merci.

La posizione attribuita a Pechino è quella di un equilibrio vantaggioso per entrambe le parti. Zhang ha avvertito che una guerra commerciale sarebbe “semplicemente stupida” sia per la Cina sia per l’Europa, perché finirebbe per ridurre i benefici disponibili invece di ampliare le opportunità comuni.

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Perché Pechino parla di Stato-civiltà

Al centro della sua analisi c’è la definizione della Cina come “Stato-civiltà”. Zhang non considera il Paese soltanto uno Stato nazionale moderno, ma la combinazione tra una struttura amministrativa di dimensioni enormi e una civiltà politica rimasta sostanzialmente continua per millenni.

Il riferimento storico risale all’unificazione del 221 avanti Cristo. Da allora, sostiene, la Cina avrebbe conservato una tradizione di organizzazione politica unitaria, diversa dal sistema contemporaneo a partito unico ma fondata su una lunga continuità istituzionale e sulla cultura confuciana.

Un altro elemento decisivo sarebbe la selezione dei funzionari attraverso gli esami per il servizio civile, introdotti circa 1.500 anni fa. Zhang collega questa eredità alla formazione degli attuali dirigenti cinesi, molti dei quali avrebbero amministrato vaste province prima di arrivare ai vertici nazionali.

Da qui nasce il giudizio più netto sull’attuale classe dirigente: secondo Zhang, la leadership cinese è “tra le più competenti al mondo”, mentre quella dell’Unione europea sarebbe “molto debole” e meriterebbe un miglioramento.


Le sue previsioni sull’Occidente

La posizione di Zhang si inserisce in una critica più ampia ai modelli politici occidentali. Nel confronto del 2011 con Francis Fukuyama, l’intellettuale cinese aveva messo in discussione l’idea che la modernizzazione dovesse necessariamente condurre alle istituzioni liberaldemocratiche.

A distanza di anni, rivendica di avere previsto il fallimento delle aspettative legate alle Primavere arabe, che aveva definito destinate a trasformarsi in un “inverno arabo”. Aveva inoltre indicato il populismo come una minaccia per le democrazie occidentali e ipotizzato l’arrivo negli Stati Uniti di un presidente più impopolare di George W. Bush, previsione che oggi collega all’ascesa di Donald Trump.

Sul conflitto in Ucraina, Zhang riprende la posizione ufficiale cinese: l’espansione della Nato avrebbe contribuito in modo decisivo alla crisi, mentre l’ipotesi avanzata in alcuni Paesi europei di prepararsi a una guerra con la Russia entro la fine del decennio viene giudicata “irrazionale”. Per il professore, la priorità europea dovrebbe essere recuperare autonomia politica e strategica, non irrigidire ulteriormente lo scontro tra le potenze.

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