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Attualità 3 min di lettura54 min fa

Zhang Weiwei avverte l’Europa: così rischia di diventare dipendente dagli Usa

Il politologo cinese difende il modello di Pechino, critica la leadership europea e invita Bruxelles a evitare una guerra commerciale con la Cina.

L’Europa dovrebbe recuperare margini di autonomia nei rapporti con Washington, Pechino e Mosca: è questa una delle tesi centrali sostenute da Zhang Weiwei, intellettuale pubblico cinese e docente di Relazioni internazionali. Nel corso di un confronto al Centro Studi Americani, il direttore del China Institute della Fudan University ha difeso il percorso politico della Cina e contestato l’idea che il modello liberaldemocratico possa rappresentare l’unico criterio per valutare la solidità di uno Stato.

Il colloquio si è svolto durante un incontro promosso dal Berggruen Institute, con la partecipazione di studiosi e ospiti dell’area euro-atlantica. Zhang, noto anche per la presenza televisiva nel programma politico This Is China di Dragon TV, ha alternato analisi economiche, giudizi sulla guerra in Ucraina e una critica molto severa alle classi dirigenti europee.


Pechino rivendica la propria competenza

Alla base della sua lettura c’è la definizione della Cina come “Stato-civiltà”: non soltanto un Paese moderno, ma l’unione tra una struttura amministrativa di dimensioni enormi e una tradizione politica sviluppatasi senza interruzioni per millenni. Zhang fa risalire questa continuità all’unificazione del 221 avanti Cristo e alla lunga esperienza di selezione dei funzionari attraverso gli esami imperiali.

Secondo il professore, la preparazione della classe dirigente cinese deriva anche dall’esperienza maturata nella gestione di grandi territori e province densamente popolate. Da qui il suo giudizio sulla leadership nazionale, definita “tra le più competenti al mondo”, accompagnato da una valutazione opposta sull’Unione europea, considerata “molto debole” e bisognosa di dirigenti migliori.

Questa interpretazione è al centro del confronto teorico che Zhang ebbe nel 2011 con Francis Fukuyama, autore de La fine della storia. Le due posizioni rappresentavano letture divergenti della modernizzazione: da un lato la centralità delle istituzioni liberaldemocratiche, dall’altro la convinzione che lo sviluppo cinese dimostrasse l’esistenza di vie alternative.


L’Europa tra commercio e dipendenza

Sul piano economico, Zhang respinge l’idea che il disavanzo commerciale europeo verso la Cina possa essere letto senza ulteriori distinguo. Una quota delle esportazioni cinesi verso l’Europa, ha spiegato, riguarda beni prodotti in Cina da aziende europee, soprattutto nel settore automobilistico. Inoltre, nel comparto dei servizi sarebbe Pechino ad avere un saldo negativo nei confronti dell’Unione.

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Considerando anche i profitti delle imprese europee e il vantaggio europeo nei servizi, la distanza tra le due economie risulterebbe quindi meno ampia. La posizione cinese, ha detto, non punta a conservare un surplus permanente: l’obiettivo dovrebbe essere ampliare i benefici reciproci, perché “una guerra commerciale sarebbe semplicemente stupida” per entrambe le parti.

Secondo Zhang, tuttavia, il problema europeo non riguarda solo gli scambi. A suo giudizio, il continente avrebbe ceduto una parte della propria indipendenza strategica agli Stati Uniti. Ha richiamato anche le parole di Emmanuel Macron sul rischio di trasformarsi in un vassallo di Washington e ha sostenuto che l’Unione dovrebbe difendere i propri interessi senza cercare l’approvazione americana.


Ucraina, Nato e nuove tensioni

La stessa critica si riflette nella sua lettura della guerra in Ucraina. Zhang considera l’espansione della Nato una delle cause principali del conflitto e giudica irrazionale l’ipotesi, discussa in alcuni Paesi europei, di prepararsi a un possibile scontro con la Russia entro la fine del decennio.

Il professore ha inoltre ricordato alcune previsioni formulate negli anni passati. Nel 2011 aveva messo in guardia dall’entusiasmo per le Primavere arabe, ipotizzando una successiva fase di “inverno arabo”, e aveva sostenuto che anche il sistema politico statunitense avrebbe avuto bisogno di riforme profonde. A suo avviso, il populismo avrebbe potuto indebolire le democrazie occidentali e favorire l’ascesa di un presidente più impopolare di George W. Bush: Zhang collega quella previsione alla successiva affermazione di Donald Trump.

La sua analisi resta dunque fondata sulla contrapposizione tra percorsi storici differenti. Proprio questo approccio, però, alimenta il dibattito: il richiamo alla specificità delle civiltà può diventare, secondo i suoi critici, una giustificazione per considerare ogni sistema politico valido soltanto perché espressione della propria storia.

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