Volontariato aziendale, la svolta: dalle iniziative isolate alla strategia
Una ricerca di Fondazione Sodalitas e Università di Macerata mostra come il volontariato d’impresa stia diventando parte della cultura organizzativa.
Il volontariato d’impresa si avvia a diventare una componente stabile delle strategie aziendali, non più soltanto un’attività occasionale. È questo il quadro emerso a Milano, durante un incontro del Salone della CSR, dove sono stati presentati risultati e testimonianze raccolti da Fondazione Sodalitas e Università di Macerata.
L’obiettivo del lavoro è offrire a imprese, organizzazioni del Terzo Settore e professionisti strumenti concreti per costruire programmi capaci di produrre effetti duraturi nelle comunità. Alla presentazione hanno partecipato, tra gli altri, Alberto Zanutto, Patrizia Giorgio, Veronica Vismara, Marianna Cawthorne e Angela Melodia.
Il volontariato entra nella cultura aziendale
Secondo Patrizia Giorgio, senior program manager di Fondazione Sodalitas, il volontariato non consiste più soltanto nel mettere a disposizione ore e competenze. “È un’esperienza che può rafforzare il legame tra persone, impresa e comunità”, ha dichiarato, sottolineando il ruolo delle scelte organizzative e dei rapporti continuativi con il Terzo Settore.
La ricerca, intitolata “Volontariato d’impresa in Italia. Dalle evidenze alla pratica”, si basa su 31 interviste rivolte a dirigenti, lavoratori e rappresentanti di enti non profit. A questo materiale si aggiungono 21 esperienze aziendali raccolte tra le imprese associate alla Fondazione nel primo trimestre del 2026, una base di casi destinata ad ampliarsi nei prossimi mesi.
Tra le realtà che hanno condiviso il proprio percorso, 18 hanno adottato una policy interna dedicata. Le formule sono diverse: si va dalle attività svolte in gruppo agli impegni individuali, fino agli interventi in cui i dipendenti mettono a disposizione competenze professionali e conoscenze specialistiche.
Non solo aiuto alle comunità
Gli effetti descritti nel rapporto riguardano anche la vita interna delle aziende. Le attività sul campo possono ridurre temporaneamente la distanza tra i diversi livelli gerarchici, favorire rapporti tra colleghi di funzioni differenti e alimentare il senso di appartenenza.
Per questa ragione il volontariato può sostenere l’inserimento dei nuovi dipendenti, l’integrazione dei gruppi e la costruzione di riferimenti culturali condivisi. Sono occasioni di relazione che, secondo le testimonianze raccolte, gli strumenti ordinari dell’organizzazione difficilmente riescono a riprodurre.
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Alberto Zanutto, professore associato di Organizzazione aziendale dell’Università di Macerata e curatore dello studio, osserva che queste esperienze possono riportare alla luce una sensibilità civica già presente nelle persone. “Le imprese che hanno capito questo - e che hanno costruito le condizioni organizzative per renderlo possibile - stanno scoprendo che si tratta di uno degli investimenti più efficaci che possano fare sulle proprie persone”, ha commentato.
In diversi casi, infatti, il coinvolgimento promosso dall’azienda riattiva forme di impegno sociale praticate prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. L’impresa non crea necessariamente quella sensibilità, ma può mettere a disposizione tempo, strumenti e condizioni perché torni a esprimersi.
La sfida resta il dopo
Uno dei punti ancora meno sviluppati riguarda la fase successiva all’attività. Molti programmi sono ormai organizzati con attenzione per quanto riguarda la scelta dei partner, la logistica, la progettazione e la valutazione dei risultati; è invece più raro trovare momenti strutturati per discutere ciò che i partecipanti hanno vissuto.
Il confronto dopo l’esperienza può trasformare un’attività individuale in un apprendimento condiviso. In questo modo quanto appreso sul campo può entrare nella memoria collettiva dell’azienda e contribuire in modo più duraturo alla sua cultura.
Dallo studio emergono tre priorità operative. Le imprese sono chiamate a distribuire la gestione dei programmi attraverso ambasciatori e comunità interne, a individuare gli enti partner partendo dalle necessità effettive dei territori e a dedicare maggiore attenzione alla rielaborazione dell’esperienza.
Le 21 esperienze analizzate confermano che non esiste uno schema unico. I progetti riguardano, tra gli altri ambiti, la tutela dell’ambiente, il sostegno alle persone fragili, l’inclusione digitale e l’impiego delle competenze aziendali, combinando bisogni sociali, partecipazione dei dipendenti e crescita organizzativa.
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