Vaccini mRNA, nessun nesso provato con il sarcoma
Il documento non è stato sottoposto a revisione, mentre la PCR ha rilevato frammenti senza dimostrare cause o integrazione genetica.
Il caso clinico rilanciato online non dimostra che i vaccini a mRNA provochino tumori. Il documento riguarda un solo paziente e non fornisce elementi sufficienti per stabilire un rapporto di causa-effetto.
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I limiti dell’analisi genetica
La tesi si fonda anche sul ritrovamento, nel tessuto tumorale, di tre segmenti del gene relativo alla proteina Spike e della sequenza ORI, collegata all’origine della replicazione plasmidica. Il materiale sarebbe stato individuato tramite PCR su campioni istologici conservati e rianalizzati nel 2025.
Si tratta però di un esame qualitativo destinato alla ricerca. La tecnica può individuare piccole porzioni di DNA, ma non dimostra che quei frammenti siano entrati nel patrimonio genetico delle cellule tumorali. Non prova nemmeno che abbiano contribuito alla comparsa o alla crescita del sarcoma.
Le possibili spiegazioni dei risultati
Il materiale genetico potrebbe essere rimasto all’interno di cellule immunitarie presenti nel campione, oppure essere stato recuperato insieme ad altri residui durante l’estrazione. Anche una contaminazione avvenuta nella fase di prelievo o di lavorazione non può essere esclusa, vista la sensibilità della PCR.
Gli autori non hanno trovato nel tessuto l’enhancer di SV40. Nel plasmide impiegato da Pfizer non è presente il gene oncogeno di SV40, ma soltanto una breve sequenza non codificante utilizzata in laboratorio per favorire l’espressione genetica. Studi precedenti hanno rilevato frammenti di DNA plasmidico nei limiti autorizzati in 15 lotti, mentre non è dimostrato che un eventuale trasporto di queste sequenze abbia avuto un ruolo nel caso esaminato.
Il paziente e i tempi della malattia
La vicenda riguarda una persona di 35 anni, sottoposta nel 2021 a un intervento per un sarcoma intimale cardiaco dell’atrio sinistro, una neoplasia vascolare molto rara già accompagnata da metastasi cerebrali. I sintomi sono comparsi il 18 settembre 2021 e la diagnosi è stata formulata il 27 settembre.
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Tra la prima dose del vaccino Pfizer-BioNTech BNT162b2 e i primi sintomi erano trascorsi 161 giorni; dalla seconda dose ne erano passati 137. Al momento della diagnosi gli intervalli erano rispettivamente di 170 e 146 giorni. Gli autori ritengono più probabile che il sarcoma esistesse già prima della vaccinazione, sulla base di una stima della crescita, ma ammettono di non poter escludere un’insorgenza successiva.
Che cosa contiene il documento
Il testo è stato caricato su Zenodo, una piattaforma che consente di depositare documenti senza il controllo preventivo di una rivista o di esperti indipendenti. Non si tratta quindi di una ricerca sottoposta a revisione paritaria, ma della descrizione di un singolo caso clinico.
Tra i firmatari figurano Nicolas Hulscher e Peter McCullough, già associati alla diffusione di tesi allarmistiche sui vaccini a mRNA. Il documento non usa l’espressione «turbo-cancro» e non presenta prove cliniche o epidemiologiche dell’esistenza di una simile condizione.
Il termine non identifica una diagnosi oncologica riconosciuta. Anche l’ipotesi secondo cui i vaccini contro il Covid-19 causerebbero tumori non trova conferma nei dati riportati da questo caso: il rilevamento di frammenti di DNA, da solo, non dimostra né una modificazione del genoma né un’origine vaccinale del sarcoma.
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