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Attualità 2 min di lettura2 ore fa

Una lettera alla figlia racconta paure e sogni perduti

Dalla fiducia nel futuro alla pandemia, il ricordo di un mondo che ha smesso di immaginare

Una lettera rivolta a una bambina appena nata ripercorre il passaggio dalla fiducia nel futuro alle paure del presente. Il racconto intreccia memoria personale, tecnologia, utopie e pandemia.

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Dalla fiducia alla paura

L’autore spiega alla figlia che l’umore collettivo è cambiato: oggi prevalgono ansia, prudenza e timore, mentre nella sua giovinezza sembrava possibile realizzare quasi ogni progetto. Molti sogni di allora si sono concretizzati, dalla fine delle dittature europee alla conquista dello spazio, fino all’estensione dei diritti individuali e collettivi.

Il cinema ha avuto un ruolo decisivo nella sua formazione. A quindici anni, dopo aver vinto trecentomila lire al Totocalcio, ha comprato una cinepresa Canon con zoom e una rudimentale moviola, sentendosi per la prima volta autonomo e capace di costruire qualcosa con le proprie mani.


Il tempo promesso dalla tecnologia

Realizzare un filmato, però, richiedeva un procedimento lungo: la pellicola durava quattro minuti, doveva essere sviluppata e poi montata. Le immagini restavano mute, perché aggiungere il sonoro alla pellicola Super 8 comportava costi e passaggi tecnici complessi.

Oggi uno smartphone consente di riprendere e montare un film con strumenti impensabili per le generazioni precedenti. Secondo la riflessione contenuta nella lettera, questa comodità avrebbe dovuto liberare tempo e fatica, trasformando in realtà il desiderio giovanile di avere più spazio per vivere e cambiare il mondo.

L’autore osserva però che la tecnologia non ha prodotto automaticamente una società più libera. Le generazioni precedenti credevano nelle persone, nelle leggi e nelle utopie; anche l’Europa unita, l’elezione di una persona nera alla Casa Bianca e il diritto di voto delle donne erano sembrati traguardi irrealizzabili appena tre generazioni prima.

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La memoria della pandemia

Il problema, sostiene la lettera, non è l’eccesso di utopie, ma la loro scomparsa. Quando mancano direzioni condivise, restano le paure, capaci di condizionare le scelte pubbliche e di trasformare i timori in realtà.

Il ricordo si sposta quindi alla pandemia, avvenuta cinque anni prima della nascita della bambina. Le case di tutto il mondo si sono chiuse, mentre un virus identificato in Cina si è diffuso rapidamente a livello globale e il Covid ha provocato sette milioni di morti.


Le regole e la distanza dagli altri

Durante quei mesi, i bollettini quotidiani hanno scandito il numero dei contagiati, dei ricoverati e delle vittime. Alle persone è stato chiesto di indossare la mascherina, lavarsi spesso le mani, evitare gli abbracci e non uscire di casa; l’isolamento ha modificato il rapporto con gli altri, trasformando il vicino, il collega e il compagno di banco in possibili fonti di contagio.

Gli anziani, descritti come la fascia più fragile, hanno pagato un prezzo particolarmente alto. Molti sono stati intubati, separati dai familiari e sono morti senza poter stringere la mano di qualcuno. La lettera associa quella solitudine a un’immagine da romanzo di Bioy Casares, usata per raccontare una società dominata dalla paura e dalla diffidenza.

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