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Attualità 2 min di lettura53 min fa

Un ecosistema nello spazio: 90 giorni per capire il futuro della vita su Marte

Alghe, gamberetti e microrganismi studieranno sulla Stazione Spaziale Internazionale gli effetti della microgravità, con i primi risultati attesi nel 2027.

Un cubo grande pochi centimetri porta in orbita un intero ecosistema acquatico. Dal 16 ottobre, a circa 400 chilometri dalla Terra, alghe, gamberetti e batteri vivono a bordo della Stazione Spaziale Internazionale nell’ambito dell’esperimento Scampi, pensato per osservare come la microgravità modifichi gli equilibri tra produttori, consumatori e decompositori.

Il dispositivo, partito il 13 ottobre dal Centro spaziale Kennedy in Florida con la missione SpaceX CRS-35, resterà operativo per 90 giorni. Una telecamera registrerà l’evoluzione dell’ambiente chiuso, mentre al termine della campagna il contenitore tornerà sulla Terra per consentire analisi genetiche e microbiologiche, i cui risultati sono previsti nel 2027.

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La microgravità mette alla prova l’ecosistema

Scampi è installato nella struttura ICE Cubes, collocata nel modulo europeo Columbus della Stazione Spaziale Internazionale e gestita da Space Applications Services. Il sistema è stato progettato per funzionare senza interventi continui e permettere di seguire i rapporti tra le diverse forme di vita in assenza della gravità terrestre.

A occuparsi dell’osservazione saranno anche gli studenti coinvolti nel progetto. Il loro lavoro servirà a capire se e come la permanenza nello spazio influenzi le popolazioni di gamberetti, alghe e microrganismi, mettendo a confronto i campioni sottoposti alla microgravità con analoghi mantenuti sulla Terra.

«Questo è il primo esperimento di biologia spaziale condotto non su organismi isolati, ma su un ecosistema che si autosostiene», ha spiegato Gabriele Rigano, dottorando del percorso nazionale in Scienza e tecnologia dello spazio e membro del laboratorio di Astrobiologia e biologia molecolare dei cianobatteri dell’Università di Roma Tor Vergata. Il ricercatore contribuirà soprattutto all’analisi del Dna genomico, utile a ricostruire l’evoluzione della comunità microbica e algale.

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Dagli studenti alle future missioni

L’esperimento nasce dall’Accademia dell’Agenzia spaziale europea, programma che offre agli universitari la possibilità di partecipare direttamente alla realizzazione di attività scientifiche destinate allo spazio. In tutto, 51 studenti hanno ideato, costruito, verificato e preparato il dispositivo, lavorando insieme a colleghi di istituzioni europee e statunitensi.

Prima della partenza, il gruppo ha rinnovato l’ecosistema sigillato al Centro spaziale Kennedy, controllando gli acquari, le componenti biologiche e la configurazione destinata al volo. La procedura era necessaria perché il contenitore trasporta organismi viventi; dopo le verifiche finali, il dispositivo è stato consegnato ai responsabili della Nasa per l’integrazione sul lanciatore e il trasferimento verso la stazione.

Il progetto ha coinvolto competenze di biologia, ecologia e ingegneria, trasformando una proposta accademica in un esperimento pronto per l’orbita. Per l’Italia hanno partecipato, oltre all’Università di Roma Tor Vergata, le università di Trento, Torino e Pavia; il Politecnico di Torino ha coordinato il lavoro insieme all’École Polytechnique.

L’obiettivo finale va oltre la singola missione. I dati raccolti potranno aiutare a progettare sistemi biologici capaci di rigenerare risorse e sostenere gli astronauti durante viaggi di lunga durata verso la Luna, Marte e altre destinazioni, riducendo la dipendenza dai rifornimenti provenienti dalla Terra.

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