Ucraina, Roma resta fuori: il bivio che divide il Pd sul riarmo
Il confronto tra Washington e Mosca esclude l’Italia, mentre il governo valuta se rinunciare a 14,4 miliardi di nuovo debito e il Pd cerca una linea comune sugli aiuti a Kiev.
La scelta più delicata per Giorgia Meloni potrebbe non riguardare soltanto la posizione dell’Italia sulla guerra in Ucraina, ma l’uso delle risorse pubbliche nei prossimi anni. La premier, secondo quanto riportato, non intenderebbe andare al Consiglio europeo per sostenere la necessità di ricorrere a 14,4 miliardi di indebitamento destinati al riarmo, alla luce di uno scenario internazionale ritenuto in rapido mutamento.
La questione si intreccia con il confronto interno al Partito democratico e al cosiddetto Campo largo. Dopo l’intesa sul rifiuto della clausola di salvaguardia per le spese militari, la coalizione dovrebbe ora misurarsi anche sulla prosecuzione degli aiuti militari all’Ucraina.
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Il debito per il riarmo torna in discussione
La Commissione europea ha già espresso parere favorevole allo scostamento dello 0,6% del Pil, mentre il Parlamento ha dato il via libera al Dpfp sulla stessa materia. Nonostante questi passaggi, Meloni potrebbe sostenere che l’evoluzione dei rapporti internazionali renda non più indispensabile il ricorso a quelle risorse per rafforzare la spesa militare.
La decisione viene collocata in un quadro segnato dall’aumento dei costi energetici, dall’inflazione che riduce il potere d’acquisto e dalle difficoltà di settori come scuola e sanità. A questi problemi si aggiungono la crisi climatica e il dissesto idrogeologico, mentre il governo ha prospettato anche l’esenzione dal bollo auto per un anno, con conseguenze da chiarire sui bilanci regionali, soprattutto per sanità e trasporto pubblico.
Secondo l’impostazione dell’articolo, un indebitamento aggiuntivo non necessario finirebbe per aumentare la spesa per interessi e trasferire al prossimo esecutivo una scelta obbligata: ridurre i servizi oppure aumentare la pressione fiscale.
Il negoziato lascia Roma ai margini
Sul piano internazionale, l’Italia risulta assente dal possibile dialogo tra Stati Uniti e Russia, al quale parteciperebbero rappresentanti ucraini, mentre Regno Unito, Francia e Germania avrebbero un ruolo da osservatori. L’episodio viene letto come un nuovo segnale della marginalità italiana nei dossier decisivi.
Il testo ricorda anche quanto accaduto a fine febbraio, quando il ministro Guido Crosetto sarebbe stato bloccato a Dubai dopo che né gli Stati Uniti né Israele avrebbero informato preventivamente l’Italia dell’attacco imminente contro l’Iran. Il riferimento serve a sottolineare una difficoltà nei rapporti con alleati e partner, non limitata alla vicenda ucraina.
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Il 14 ottobre, intervenendo al Senato, Meloni ha criticato l’impegno americano ad acquistare gasolio russo, sostenendo che una simile operazione finanzia la guerra condotta da Vladimir Putin e rende più lontano un accordo. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha replicato in modo netto: «Non sono affari suoi».
L’autore respinge l’idea che le parole della presidente del Consiglio possano essere interpretate come un tentativo indiretto di far fallire il negoziato. Anche la lettura secondo cui Meloni starebbe difendendo la linea europea di sostegno senza limiti all’Ucraina viene attribuita soprattutto alle speranze di Volodymyr Zelensky, descritto come alla ricerca di nuovi margini politici.
Il Pd davanti alla scelta decisiva
Nel Campo largo si sarebbe intanto consolidata una posizione comune contro l’utilizzo della clausola di salvaguardia per finanziare il riarmo. Si tratta, tuttavia, di un accordo politico e programmatico: la maggioranza non ha avuto bisogno dei voti dell’opposizione per approvare il Dpfp e non dovrebbe averne bisogno nemmeno per la legge di bilancio.
Quel punto condiviso conserva comunque un peso in vista della costruzione di un programma unitario per le prossime elezioni. La tesi sostenuta nel testo è che la stessa coerenza dovrebbe essere applicata agli aiuti militari destinati all’Ucraina.
L’argomento è che, dopo quasi cinque anni di conflitto e senza una prospettiva di vittoria, l’interruzione del sostegno militare potrebbe favorire il negoziato nell’interesse sia degli ucraini sia degli italiani, chiamati a sopportare una parte rilevante dei costi economici della guerra. Se il Pd continuasse invece a difendere l’appoggio armato a Kiev, secondo questa lettura, rischierebbe di non adeguarsi al nuovo contesto internazionale.
La richiesta rivolta a Elly Schlein è quindi di abbandonare una gestione basata sull’equilibrio tra posizioni differenti e di imprimere una direzione più chiara alla coalizione. Per l’autore, attendere la firma di un trattato di pace prima di sciogliere il nodo politico significherebbe rimandare una decisione che il cambiamento dello scenario rende già necessaria.
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