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Attualità 3 min di lettura36 min fa

Trump sotto esame alle elezioni Usa del 3 novembre

Inflazione, lavoro e costo della vita peseranno sul voto del 3 novembre, secondo l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale.

Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, in programma il 3 novembre, saranno soprattutto una valutazione della presidenza di Donald Trump. Secondo John Bolton, ex consigliere per la Sicurezza nazionale, il risultato dipenderà in larga parte dall’economia e dal modo in cui gli elettori giudicano l’attuale amministrazione.

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Economia al centro del voto

Inflazione, aumento del costo della vita e timori legati all’occupazione sono i temi destinati a pesare maggiormente alle urne. Bolton ritiene che Trump abbia trasformato il voto in un giudizio diretto sulla propria gestione, scelta che potrebbe costare ai repubblicani la maggioranza alla Camera e forse anche al Senato, se le indicazioni dei sondaggi saranno confermate.

L’ex consigliere osserva che molti indipendenti e una parte crescente dell’elettorato repubblicano non apprezzano il comportamento del presidente. Non potendo votare direttamente contro Trump, potrebbero esprimere il loro dissenso sostenendo candidati democratici. La frustrazione riguarda anche la promessa di una gestione economica più efficace rispetto a quella attribuita a Joe Biden, aspettativa che, secondo Bolton, non sarebbe stata soddisfatta.

Per i democratici, il nodo principale è il potere d’acquisto. L’aumento del prezzo della benzina è stato collegato anche alla guerra nel Golfo, ma Bolton distingue la causa del rincaro dal comportamento elettorale: «Gli elettori non stanno votando contro la guerra, ma contro le sue conseguenze».


Un Congresso pronto alle indagini

Una eventuale maggioranza democratica in una o in entrambe le Camere potrebbe aprire numerose verifiche sull’amministrazione. Le commissioni parlamentari avrebbero la possibilità di convocare audizioni e avviare indagini su diversi aspetti dell’operato di Trump, compresi elementi legati al suo primo mandato.

Bolton prevede per il presidente due anni politicamente difficili, ma ritiene limitata la possibilità del Congresso di condizionarlo in politica estera. La Costituzione assegna infatti al capo della Casa Bianca la responsabilità principale delle decisioni internazionali; i parlamentari potrebbero criticarlo e convocare funzionari, mentre per imporre vincoli legislativi servirebbero maggioranze più ampie.

L’ex consigliere sostiene inoltre che Trump potrebbe attribuire una sconfitta ai candidati repubblicani, senza considerarla una bocciatura personale. A suo giudizio, il presidente tende a descrivere il mondo attraverso la contrapposizione tra vincitori e perdenti e potrebbe diventare ancora meno prevedibile dopo un risultato negativo.

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I rapporti con Mosca

Sul conflitto in Ucraina, Bolton mette in dubbio l’opportunità di un negoziato condotto da Trump senza il coinvolgimento di altri interlocutori. A suo avviso, Vladimir Putin considererebbe il presidente statunitense facilmente influenzabile: «Putin vede Trump come un bersaglio facile».

Bolton ritiene che un’intesa costruita in questo modo potrebbe favorire la Russia e danneggiare l’Ucraina. Anche una forte opposizione, eventualmente sostenuta da esponenti di entrambi i partiti in Congresso, non sarebbe però sufficiente a fermare il presidente nelle decisioni di politica estera.

L’ex consigliere ipotizza inoltre che Mosca possa finanziare gruppi radicali per alimentare l’instabilità in Europa, precisando di non avere prove specifiche. Nella sua valutazione, la Russia utilizza da tempo tecniche di influenza politica, dalla manipolazione delle elezioni alla diffusione di messaggi capaci di ridurre la fiducia nelle istituzioni.


Il rapporto con Giorgia Meloni

Bolton interpreta anche il rapporto tra Trump e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla luce della reazione del presidente alle critiche ricevute dopo alcune sue parole sul Papa. La posizione politica conservatrice della premier e il peso strategico dell’Italia, secondo l’ex consigliere, non basterebbero a neutralizzare il risentimento di Trump quando viene contestato pubblicamente.

La relazione personale tra i leader, nella lettura di Bolton, influenza direttamente quella tra gli Stati. Trump tenderebbe a decidere caso per caso, senza una strategia stabile e di lungo periodo; per questo la sua risposta alle parole di Meloni sarebbe stata una reazione immediata, non l’esito di una linea geopolitica definita.

Sull’Iran, infine, Bolton esclude che il risultato delle elezioni determini necessariamente una scelta già fissata da parte di Trump. Il presidente potrebbe valutare la possibilità di riprendere le operazioni militari dopo il voto, in base alle circostanze e alla propria valutazione del momento.

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