Trump indebolisce l’America, il mondo libero cerca una via
Dalla crisi delle alleanze alle elezioni del 2028, la ricostruzione americana dipenderà dalla tenuta delle istituzioni.
L’America di Donald Trump ha smesso di essere il principale punto di riferimento delle democrazie occidentali. Il futuro del sistema costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale dipenderà ora dalla capacità di ricostruire alleanze, fiducia e istituzioni.
GioiaPura
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Un modello già in difficoltà
Per decenni gli Stati Uniti hanno garantito sicurezza e stabilità a gran parte dell’Occidente. L’Europa, protetta da Washington e sostenuta da sistemi sociali più articolati, ha contribuito alla formazione di un ordine internazionale relativamente libero e pacifico.
Quel modello non è mai stato privo di contraddizioni o ingiustizie. Resta però difficile ignorare la distanza che lo separa dalle alternative rappresentate dall’autoritarismo russo, dalla dittatura cinese, dalla teocrazia sciita, dal fondamentalismo islamico, dal nazifascismo e dal comunismo.
La crisi è maturata anche per effetto del successo occidentale. La crescita della Cina e dell’Asia, insieme alla fine del comunismo nell’Europa orientale, ha indebolito industrie e occupazione nei Paesi ricchi. La globalizzazione ispirata al modello americano ha però sottratto miliardi di persone alla povertà estrema, alimentando allo stesso tempo il malcontento nelle società che ne avevano tratto i maggiori vantaggi.
Dalla ritirata di Obama a Trump
La perdita di centralità americana era iniziata prima dell’arrivo di Trump. Durante gli ultimi anni della presidenza di George W. Bush, le guerre e i tentativi di esportare democrazia in Medio Oriente, dopo gli attentati dell’11 settembre, non riuscirono a consolidare libertà e stato di diritto. In Afghanistan, tuttavia, donne e uomini ebbero condizioni migliori durante quella fase rispetto ai periodi precedenti e successivi dominati dai talebani.
La reazione al conservatorismo di Bush favorì la nascita di due movimenti populisti: i Tea party a destra e Occupy Wall Street a sinistra. Nel giro di vent’anni, il nazionalismo dei primi ha conquistato il Partito Repubblicano e la Casa Bianca, mentre le correnti anticapitaliste hanno spinto il Partito Democratico verso posizioni più radicali, fino all’attuale attenzione per il socialismo.
Barack Obama ha scelto di ridurre l’impegno diretto degli Stati Uniti in diverse aree, soprattutto in Europa e in Medio Oriente. La sua linea, definita allora «guidare da dietro», ha limitato anche la spinta americana a promuovere la democrazia, dopo gli anni di Reagan, Clinton e Bush. Dalla Georgia alla Siria, dalla Libia alla Crimea, Washington ha lasciato spazio ad altri attori e ha preparato il terreno alla successiva politica trumpiana.
Le alleanze messe in discussione
Trump ha trasformato quella ritirata in una rottura più ampia. Considera gli alleati come avversari o debitori, intrattiene rapporti cordiali con governi autoritari e sta smontando la rete di istituzioni multilaterali costruita dagli Stati Uniti nel dopoguerra. A guidarlo, secondo questa lettura, non è una tradizione politica riconoscibile, ma l’interesse personale e la tutela del proprio marchio.
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Il sistema internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale aveva ridotto le conquiste territoriali tra grandi potenze e favorito scambi fondati su dazi contenuti e mercati aperti. Con il secondo mandato di Trump, invece, il potere economico e diplomatico statunitense è stato rivolto contro Canada, Giappone, Corea del Sud, India e Unione Europea, mentre la Russia è stata inizialmente risparmiata dalle tariffe.
Il presidente ha inoltre minacciato l’annessione del Canada e della Groenlandia e ha modificato la denominazione di golfi e laghi, suscitando nuove tensioni con Paesi amici. Nei confronti dell’Ucraina, Washington ha ridotto il sostegno e ha cercato di ottenere accesso alle sue risorse minerarie, mentre Mosca e Pechino hanno beneficiato dell’indebolimento dell’ordine precedente.
L’immagine degli Stati Uniti come «città illuminata sulla collina», evocata da John Winthrop e poi ripresa da Ronald Reagan e Barack Obama, appare così svuotata. L’America non viene più percepita come una guida capace di indicare una strada verso una società più libera e giusta, ma come una potenza che favorisce forze illiberali e antidemocratiche.
Il voto deciderà la ricostruzione
Il primo banco di prova sarà rappresentato dalle elezioni di metà mandato. In seguito, le presidenziali del 2028 stabiliranno se gli Stati Uniti riusciranno a cambiare direzione. Rimangono dubbi sulla possibilità che il passaggio avvenga senza tensioni sociali e costituzionali, anche perché il precedente dell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 pesa sulla disponibilità di Trump ad accettare una sconfitta.
Quando lascerà la Casa Bianca, se il trasferimento del potere avverrà regolarmente, il prossimo presidente dovrà ricostruire il rapporto con gli alleati e ridare credibilità alle istituzioni americane. Sarà necessario anche ripensare un ordine internazionale condiviso, evitando che la competizione tra potenze conduca a una nuova guerra mondiale.
La crisi resta profonda, ma gli Stati Uniti conservano risorse demografiche, spazio, capacità tecnologica, dinamismo economico e un patrimonio istituzionale che dura da 250 anni. Questi elementi, insieme all’innovazione e all’ingegno del Paese, potrebbero consentire di superare l’era Trump e recuperare una funzione di guida.
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