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Trump, il voto presenta il conto dei suoi errori

I democratici conquistano Camera e Senato, con vittorie anche in Texas, Kansas e South Carolina

I democratici hanno conquistato Camera e Senato nelle elezioni di metà mandato, imponendo a Donald Trump una pesante battuta d’arresto dopo i primi ventuno mesi della sua seconda presidenza.

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Il voto e la linea presidenziale

Il risultato è arrivato anche da Stati tradizionalmente repubblicani, tra cui Texas, Kansas e South Carolina. Per Trump, il verdetto riguarda una stagione segnata da promesse non mantenute, decisioni contestate e conseguenze economiche ricadute sui contribuenti americani.

Rispetto al primo mandato, il presidente ha scelto di affidarsi soprattutto a collaboratori fedeli. L’assenza di una classe dirigente repubblicana pronta a frenarlo gli ha lasciato maggiore libertà d’azione, ma anche meno ostacoli davanti a errori e forzature.

Uno dei primi atti della nuova amministrazione è stata la grazia concessa a oltre 1.500 persone coinvolte nell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, comprese alcune condannate per aggressioni alla polizia. Nello stesso giorno Trump ha tentato di limitare, con un ordine esecutivo, la cittadinanza per nascita dei figli di alcune categorie di immigrati nati negli Stati Uniti. Il 30 giugno la Corte Suprema, con sei voti contro tre, ha però confermato la tutela prevista dal Quattordicesimo emendamento.


Tagli pubblici e riforma fiscale

Il progetto affidato a Elon Musk per ridurre gli sprechi federali non ha prodotto i risultati annunciati. La struttura incaricata dei tagli ha licenziato anche funzionari impegnati contro l’influenza aviaria, salvo cercare di recuperarli quando l’epidemia si è aggravata.

La chiusura dell’Agenzia statunitense per gli aiuti internazionali ha inoltre messo a rischio programmi sanitari nei Paesi più poveri. Tra i risparmi conteggiati figurava una riduzione di 1,7 miliardi di dollari legata a un contratto del Pentagono che, in realtà, non era stato annullato. Musk ha lasciato Washington nel maggio 2025 per concentrarsi nuovamente su Tesla e SpaceX, mentre nel 2026 il disavanzo federale ha raggiunto circa duemila miliardi di dollari, pari a quasi 5,5 miliardi al giorno.

La riforma fiscale chiamata “Una grande e bella legge” ha reso permanenti i tagli alle imposte, favorendo soprattutto i redditi più elevati. Parallelamente sono state ridotte le risorse per Medicaid, il programma sanitario destinato agli americani con minori disponibilità.

Secondo il Congressional Budget Office, entro il 2034 circa dieci milioni di persone in più potrebbero rimanere senza copertura sanitaria rispetto a quanto previsto dalla legislazione precedente. Trump ha dunque mantenuto la promessa di ridurre le tasse, ma il costo maggiore è stato spostato sulle fasce che avevano meno possibilità di sostenerlo.


Dazi, Canada e Groenlandia

Le tariffe imposte a numerosi partner commerciali non hanno trasferito il peso fiscale sui Paesi stranieri. Uno studio condotto da Yale e Brookings ha stimato che circa il 90% del costo sia stato sostenuto dagli importatori americani, mentre l’occupazione manifatturiera è diminuita.

La Corte Suprema ha poi giudicato illegittima la base giuridica usata per una parte consistente dei dazi. L’ex presidente Bill Clinton ha raccontato che, già ventiquattro anni fa, durante una partita di golf, aveva spiegato a Trump come le tariffe venissero pagate dagli importatori statunitensi e poi trasferite sui consumatori. Quella lezione non è stata seguita.

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Le pressioni sul Canada hanno prodotto un risultato opposto a quello cercato dalla Casa Bianca. L’ipotesi di trasformarlo nel cinquantunesimo Stato americano e le minacce commerciali hanno favorito il liberale Mark Carney, che ha rafforzato i rapporti con l’Unione europea.

Ottawa è diventata il primo Paese esterno all’Europa ad aderire al programma SAFE, da 150 miliardi di euro, per gli acquisti militari comuni. A ottobre Canada e Unione europea hanno avviato una nuova intesa economica e chiuso i negoziati sul commercio digitale, valutando anche una forma di associazione speciale.

Anche la Groenlandia ha respinto le pressioni americane. Dopo mesi di ultimatum, Washington ha ottenuto un’intesa per due nuove basi militari, benché un accordo del 1951 consentisse già agli Stati Uniti di costruirne altre con il consenso della Danimarca. Le minacce di annessione hanno rafforzato l’opposizione groenlandese, sostenuta dal premier Jens-Frederik Nielsen.


Ucraina, Gaza e Medio Oriente

La guerra in Ucraina non si è chiusa entro le ventiquattr’ore promesse da Trump. A ventuno mesi dall’insediamento, i bombardamenti russi continuano e non è stato raggiunto alcun accordo.

Nel frattempo gli alleati europei della Nato e il Canada hanno aumentato di quasi il 20% le spese militari nel 2025. Gli Stati Uniti hanno quindi ottenuto maggiori investimenti nella difesa da parte dei partner, ma una fiducia più debole nei confronti di Washington.

A Gaza il piano per trasferire la popolazione palestinese e trasformare la Striscia in una sorta di “Riviera del Medio Oriente” è stato affiancato dalla creazione del Consiglio della pace, presieduto dallo stesso Trump. Un contributo di un miliardo di dollari garantisce ai Paesi aderenti un seggio permanente.

L’organismo era nato con il sostegno dell’Onu per accompagnare la transizione, ma il presidente ha cercato di presentarlo come alternativa alle Nazioni Unite. A settembre il comitato palestinese incaricato di amministrare Gaza non era ancora riuscito a entrare nella Striscia e la forza internazionale di stabilizzazione non aveva schierato alcun militare.

Le operazioni militari in Venezuela e Iran non hanno prodotto il cambio di regime auspicato. Dopo la cattura di Nicolás Maduro a Caracas, il potere è rimasto nelle mani di Delcy Rodríguez e l’opposizione democratica è rimasta esclusa dal governo.

Il bombardamento dell’Iran non ha eliminato il programma nucleare né rimosso gli ayatollah, mentre Teheran continua a minacciare lo Stretto di Hormuz. Anche la maggiore produzione petrolifera americana non ha isolato i cittadini dagli effetti della crisi mediorientale: la benzina costa il 38% in più rispetto all’insediamento di Trump e i prezzi al consumo sono saliti del 5,4% nei primi venti mesi.

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