Trump e il potere senza freni: l’analisi di Maggie Haberman
La giornalista del New York Times racconta una presidenza trasformata in strumento personale e spiega perché la sconfitta del 2020 abbia favorito il ritorno di Trump
La sconfitta del 2020, secondo Maggie Haberman, non avrebbe indebolito Donald Trump: al contrario, gli avrebbe risparmiato alcune delle prove più difficili della sua prima esperienza alla Casa Bianca. Non dovendo affrontare direttamente il ritiro dall’Afghanistan né la gestione delle conseguenze della pandemia, l’ex presidente avrebbe potuto conservare l’immagine di figura estranea all’establishment.
La sconfitta che lo ha favorito
Nell’intervista, la corrispondente dalla Casa Bianca del New York Times sostiene che quella battuta d’arresto abbia finito per proteggere Trump da responsabilità politiche particolarmente pesanti. Il mancato governo della fase successiva al Covid-19 e dell’uscita da Kabul gli avrebbe consentito di presentarsi ancora come un oppositore del sistema.
La sua lettura si inserisce nell’analisi di una presidenza che, secondo Haberman, ha progressivamente piegato le istituzioni alle ambizioni personali del leader. Il punto centrale non è soltanto il ritorno al potere, ma il modo in cui Trump interpreta la propria autorità.
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Un libro sulla presidenza imperiale
Questa prospettiva è al centro di “Cambio di regime. I segreti della presidenza imperiale di Donald Trump”, l’inchiesta firmata da Haberman insieme a Jonathan Swan e pubblicata da Bompiani. Il volume osserva da vicino l’ascesa di un presidente convinto di poter esercitare un’influenza superiore a quella dei leader autoritari del passato.
L’apertura del libro viene descritta come una scena affollata di personaggi mondani, abiti eleganti e fortune immense, quasi l’ambientazione di un romanzo di Tom Wolfe. È il quadro scelto dagli autori per introdurre il mondo di relazioni, ricchezza e potere che circonda la presidenza di Trump.
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