Tradimento, la sentenza spiazza: l’amante non deve pagare
A Perugia un marito ha domandato 600mila euro al presunto rivale, mentre Klara Murnau ha raccontato in tv come la rabbia finisca spesso sulla terza persona.
La richiesta era enorme, ma a crollare è stata soprattutto l’idea che il presunto amante possa essere ritenuto responsabile della fine di un matrimonio. Un uomo umbro pretendeva 600mila euro, per sé e per i figli, sostenendo che la relazione della moglie con un altro avesse distrutto la famiglia. I giudici, però, non gli hanno riconosciuto il risarcimento.
La vicenda è stata discussa anche a La Volta Buona, su Rai 1, dove Klara Murnau ha parlato del caso e delle dinamiche che osserva da anni nelle indagini sui tradimenti. Il punto centrale, secondo la detective, è il rapido spostamento della collera: dal coniuge infedele alla persona con cui ha avuto la relazione.
Il verdetto esclude il risarcimento
In primo grado non era stata dimostrata in modo sufficiente neppure l’esistenza del rapporto extraconiugale. Il marito si era rivolto a un investigatore privato, ma gli elementi raccolti non erano bastati a sostenere la domanda economica.
La Corte d’Appello di Perugia ha esaminato anche l’ipotesi più favorevole all’uomo: ammettere che la relazione fosse realmente avvenuta. Anche in quel caso, tuttavia, il presunto amante non avrebbe violato alcun obbligo coniugale. Il dovere di fedeltà nasce infatti dal matrimonio e riguarda i coniugi, non chi entra successivamente nella loro vita.
Questo non autorizza nessuno a ledere l’onore, la dignità o la salute della persona tradita. Ma il semplice rapporto con una persona sposata, da solo, non crea automaticamente il diritto a ottenere un risarcimento. Il terzo conserva la propria libertà di scelta e non ha sottoscritto il patto matrimoniale.
Quando la rabbia cambia bersaglio
Murnau ha spiegato che la reazione del marito può essere comprensibile sul piano emotivo, ma si è detta colpita dal fatto che un legale abbia deciso di trasformare quella pretesa in un’azione giudiziaria. Nella sua esperienza, anche i clienti che si rivolgono a un investigatore chiedono talvolta attività guidate più dal desiderio di vendetta che dalla necessità di conoscere i fatti.
«Prima vogliono capire se il coniuge ha un’altra relazione. Poi il centro dell’indagine diventa l’altra persona», ha raccontato la detective. Le domande si moltiplicano: identità, lavoro, casa, età e condizioni familiari. A quel punto la verifica dell’infedeltà rischia di trasformarsi nella raccolta di informazioni sulla vita privata di chi, inizialmente, era soltanto un elemento dell’indagine.
L’espressione che Murnau sente più spesso è “me l’ha portato via”. Secondo la professionista, questa formula tende a cancellare la responsabilità individuale del partner sposato, come se l’amante avesse sottratto un oggetto e non incontrato una persona capace di decidere autonomamente.
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Il confronto con l’altra persona
La detective ha descritto anche il caso di una cliente che, dopo aver ricevuto la conferma del rapporto del marito con una collega, non si accontentò delle prove raccolte. Voleva conoscere ogni dettaglio della donna: dall’età al lavoro, passando per l’aspetto fisico, le abitudini e persino il profumo.
L’obiettivo non era più stabilire che cosa fosse accaduto, ma capire perché il marito avesse scelto proprio lei. Le fotografie venivano osservate come se potessero fornire una spiegazione: la cliente cercava differenze e somiglianze, traendo sollievo quando riteneva di avere un vantaggio e provando rabbia nel caso contrario.
Murnau ha chiarito che un’indagine può documentare incontri, spostamenti e comportamenti osservabili, ma non può stabilire il motivo per cui una persona desideri un’altra. La risposta alla domanda “perché lei?” appartiene alla sfera delle relazioni e delle decisioni personali, non a quella delle prove investigative.
La responsabilità resta degli adulti
Secondo la detective, molti racconti finiscono per attribuire all’amante poteri quasi assoluti: seduzione irresistibile, manipolazione, capacità di condizionare il partner o addirittura di distruggere da solo un’intera famiglia. In questo modo il coniuge infedele passa in secondo piano.
«Ho sentito descrivere uomini di cinquant’anni come se fossero stati rapiti dalle sirene», ha detto Murnau durante il programma. La stessa dinamica, ha aggiunto, può riguardare donne autonome rappresentate come incapaci di scegliere dopo l’incontro con un corteggiatore particolarmente abile.
Il caso arrivato davanti ai giudici di Perugia riflette proprio questo meccanismo: il marito sosteneva che il presunto rivale avesse insistito nel corteggiare la moglie e avesse contribuito alla disgregazione del nucleo familiare. La sentenza, però, ha separato il dolore provocato dal tradimento dalla responsabilità giuridica dell’amante.
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