513notizie oggi Scopri i vantaggi
Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Taranto, le croci dei bambini: la protesta che divide salute e lavoro

Migliaia di persone hanno attraversato la città chiedendo la chiusura dell’ex Ilva, ma anche un futuro occupazionale per chi oggi dipende dallo stabilimento.

A Taranto la protesta contro l’ex Ilva ha assunto il volto delle persone che non ci sono più. In testa al corteo, partito sabato pomeriggio da piazzale Democrate, madri, padri e volontari hanno portato croci di legno con i nomi delle vittime, mentre migliaia di cittadini chiedevano la fine dell’inquinamento e garanzie per i lavoratori.

Tra quelle croci c’era anche quella di Miriam, morta nel febbraio 2008 a soli cinque anni per un neuroblastoma. Antonella Massaro, che la teneva sollevata sopra la testa, ha spiegato: «Ognuno porta la sua croce, la mia si chiama Miriam. Aveva solo cinque anni».

Offerta del giorno18 ottobre

GioiaPura

-15% su tutto da GioiaPura

Scade tra 74 giorni
*********


Una città ancora segnata dai lutti

Le altre croci riportavano i nomi di Maria, Tina, Giulia, Grazia e Antonio. Dietro il gruppo di apertura avanzavano famiglie, giovani e attivisti arrivati anche da altri territori. Il corteo si è riempito di canti, applausi e momenti di commozione, con molti bambini accanto ai genitori.

I manifestanti hanno scandito lo slogan “Taranto libera”, riferito alle polveri e a quella che in città viene chiamata “il mostro”. Una madre, indicando il figlio di sette anni e mezzo, ha raccontato di essere scesa in strada per lui e per tutti i bambini tarantini, immaginando un domani senza l’Ilva e senza veleni.

Un’altra donna, accompagnata dal figlio di 11 anni, ha sottolineato la necessità di mostrare ai più piccoli che l’azione collettiva può cambiare le cose. Secondo la manifestante, Taranto deve liberarsi sia dalle conseguenze ambientali sia dal ricatto legato all’occupazione, perché esisterebbero alternative alla fabbrica.


La chiusura non può ignorare il lavoro

Nel corteo è riemerso il dilemma che da anni attraversa la città: difendere la salute senza abbandonare chi rischia di perdere il posto. Mattia, elettricista di San Giorgio Ionico, ha sostenuto che servono soluzioni concrete per gli addetti e che i due obiettivi possono convivere: «Bisogna garantire la salute a tutti, ma pensare anche a chi potrebbe perdere il lavoro. Secondo me, è possibile fare entrambe le cose».

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.

Una partecipante ha ricordato il percorso del marito, un tempo operaio dell’indotto. L’uomo aveva lasciato la fabbrica molti anni fa e aveva trovato un’altra professione: un’esperienza che, secondo la donna, dimostra la possibilità di costruire percorsi diversi, anche se il cambiamento viene vissuto con angoscia.

Tra la folla è comparsa anche una fotografia della manifestazione del 2012. Nell’immagine, operai e cittadini reggono lo striscione “Ne sono morti troppi, adesso basta”. Quattordici anni fa la gip Patrizia Todisco aveva disposto il sequestro dell’area a caldo dell’Ilva, nell’ambito dell’indagine sull’inquinamento ambientale.


Il passaggio decisivo in Cassazione

La mobilitazione di sabato ha riportato molti tarantini negli stessi luoghi della protesta di allora. A rendere più attuale quella memoria è l’udienza del 20 ottobre davanti alle Sezioni unite della Cassazione, chiamate a esaminare i ricorsi contro il provvedimento della Corte d’Appello di Milano sulla sospensione della produzione nell’area a caldo.

La decisione potrebbe incidere sul destino dello stabilimento, sulle condizioni dei lavoratori e sul futuro della città. Una manifestante, riferendosi all’appuntamento giudiziario, ha detto di avere fiducia nella magistratura e di non nutrire dubbi sull’esito della scelta della Cassazione.

Mentre il corteo continuava a sfilare, la stessa donna ha definito la partecipazione cittadina un’emozione profonda. La sua speranza è che Taranto possa tornare a vivere, dopo anni trascorsi tra emergenza ambientale, lutti e timori per l’occupazione.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere