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Attualità 4 min di lettura30 min fa

Sicurezza, organici carenti e decreti non bastano

Pochi agenti, nuovi compiti e giustizia lenta: la risposta alle emergenze non sostituisce una programmazione pluriennale

Le forze di sicurezza devono fare i conti con 33.739 posti scoperti.

La politica dovrebbe accettare i tempi lunghi necessari per ricostruire gli organici, migliorare la preparazione e rendere più efficaci prevenzione e indagini. Interventi di questo tipo producono risultati gradualmente e non offrono la visibilità immediata di un decreto, ma sono indispensabili per rafforzare la fiducia dei cittadini e di chi ogni giorno opera sul campo.

Il rischio, altrimenti, è privilegiare il consenso del momento rispetto a interventi destinati a dare frutti anche sotto governi diversi. Chi ricopre incarichi pubblici deve assumersi anche questa responsabilità: investire oggi in strutture, personale e competenze che serviranno negli anni successivi.

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Giustizia lenta e pene incerte

La sicurezza non dipende soltanto dal lavoro delle pattuglie. Uffici giudiziari insufficienti e carceri in difficoltà rallentano i procedimenti e rendono più complessa l’esecuzione delle condanne, alimentando la distanza fra le attese della popolazione e la risposta dello Stato.

A questi problemi si somma l’esigenza di restituire autorevolezza ai corpi di polizia attraverso dirigenti preparati, formazione continua, strumenti adeguati e un sistema giudiziario capace di funzionare senza ritardi strutturali. La fermezza annunciata perde efficacia se manca una filiera pubblica in grado di sostenerla.


Organici e mezzi da rafforzare

Nel novembre 2025 il Ministero dell’Interno segnalava 12.813 scoperture nella Polizia. Considerando tutte le forze, il deficit arrivava a 33.739 unità; per la sola Polizia erano inoltre attese circa 16.800 uscite tra il 2025 e il 2028.

Le assunzioni effettuate e quelle eventualmente future non possono essere considerate automaticamente un aumento del personale. Per misurare un vero potenziamento bisogna sottrarre pensionamenti e cessazioni, oltre a programmare risorse per sedi dignitose, tecnologie aggiornate, veicoli efficienti e compensi adeguati ai rischi affrontati.

Il confronto con altri Paesi sul numero complessivo degli agenti rischia di essere fuorviante se non tiene conto della presenza radicata di mafia, camorra, ’ndrangheta e criminalità organizzata foggiana. Servono quindi piani finanziari e operativi capaci di colmare le carenze, insieme a reparti investigativi specializzati e apparati informativi più efficaci.


Decreti e nuovi compiti

A ogni episodio grave la risposta tende a concentrarsi su provvedimenti urgenti, sanzioni più dure e nuove fattispecie di reato. Nel frattempo, però, gli uffici già in affanno ricevono ulteriori incombenze senza un corrispondente rafforzamento delle risorse.

L’articolo 9 dell’ultimo decreto sicurezza stabilisce che gli adempimenti aggiuntivi siano svolti utilizzando i mezzi già disponibili e senza aumentare la spesa. L’unica deroga riguarda quasi cinque milioni di euro destinati a 500 militari a Milano, fondi che avrebbero potuto sostenere l’ampliamento degli organici della polizia.

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Il ricorso al fermo preventivo viene così presentato come una risposta centrale, ma questa impostazione rischia di ridimensionare il lavoro investigativo già svolto dagli operatori. Perquisizioni disposte autonomamente o su incarico della magistratura hanno fornito ancora una volta risultati rilevanti, senza che sia necessario attribuire a un singolo strumento meriti che non gli appartengono.


Controllo del territorio e manifestazioni

La presenza quotidiana nei quartieri e il rapporto con i residenti richiedono competenze proprie della polizia. L’Esercito può proteggere obiettivi determinati, ma un mezzo blindato non sostituisce un progetto di sicurezza urbana fondato su conoscenza del territorio, prevenzione e attività investigativa.

Anche l’impiego dei militari deve essere valutato con attenzione, considerando le perplessità che possono emergere tra gli stessi operatori quando vengono assegnati a funzioni diverse da quelle per cui sono stati formati. Le esigenze operative non si risolvono trasferendo compiti da un corpo all’altro.

La gestione delle manifestazioni richiede inoltre un equilibrio più efficace. Dopo il G8 di Genova era necessario ricostruire un rapporto di fiducia; davanti a gruppi organizzati che aggrediscono e danneggiano, però, il contenimento non può trasformarsi in inerzia.

Vanno tutelati i partecipanti pacifici, gli esercizi commerciali, i beni pubblici e gli agenti esposti alle violenze. Le decisioni tecniche delle autorità di pubblica sicurezza non dovrebbero subire pressioni politiche, né le responsabilità per servizi condizionati dalla scarsità di personale possono essere scaricate automaticamente sul questore.


Le responsabilità politiche

Le difficoltà attuali derivano anche da scelte politiche contrapposte. Da una parte, una lettura ideologica ha guardato con sospetto all’autorità statale e ha accompagnato una gestione dei flussi migratori priva, secondo questa impostazione, di governo adeguato e di una solida integrazione.

Dall’altra, le carenze sono state trasformate in promesse elettorali di ordine e rigore. Tuttavia, durante un’intera legislatura non è arrivato un intervento proporzionato per ricostituire e ampliare gli organici, né una strategia complessiva capace di sostenere le dichiarazioni sulla sicurezza.

Il risultato è una successione di misure settoriali che aggiungono obblighi agli uffici senza costruire una politica organica. Per contrastare i gruppi violenti che compromettono le manifestazioni servono prevenzione, strutture investigative, personale specializzato e una pianificazione pluriennale, non soltanto annunci legati all’emergenza.

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