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Attualità 4 min di lettura24 min fa

Sharone Lifschitz: cambiare governo non basterà a Israele

La figlia di Oded e Yocheved Lifshitz chiede un’inchiesta sul 7 ottobre e un accordo con i palestinesi.

Israele vota per il prossimo governo e Sharone Lifschitz avverte che la sostituzione di Benjamin Netanyahu, da sola, non risolverà la crisi del Paese.

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L’odio entrato nel dibattito

Figlia di Yocheved e Oded Lifshitz, Sharone è una delle voci israeliane più riconoscibili contro la contrapposizione tra le sofferenze israeliane e palestinesi. Durante la prigionia del padre e dopo la conferma della sua morte ha chiesto ai leader dei due popoli di riconoscere il dolore reciproco e di riportare la ricerca di un accordo al centro della politica.

Nell’aprile 2024, in un intervento pubblicato dal Guardian per la Pasqua ebraica, aveva sollecitato una presa di responsabilità comune. Nel settembre dell’anno successivo aveva messo in guardia dalle conseguenze della guerra per gli ostaggi ancora detenuti e per i civili di Gaza. A due anni dal 7 ottobre aveva poi denunciato la diffusione dell’odio nel confronto pubblico israeliano e palestinese.

«Non avrei mai previsto un tale livello di odio e di disumanizzazione», ha detto Sharone, riferendosi alla trasformazione del rapporto con i palestinesi. A suo giudizio, la paura ha rafforzato l’idea che la sicurezza possa dipendere soltanto dalla forza armata, mentre l’assenza di una proposta politica ha lasciato senza credibilità ogni alternativa al conflitto permanente.


Il limite dell’opposizione

Le forze che puntano a mandare Netanyahu all’opposizione non condividono una linea comune sul futuro del Paese né sul rapporto con i palestinesi. Un nuovo esecutivo potrebbe intervenire sulle istituzioni democratiche e avviare l’indagine nazionale richiesta dalle famiglie delle vittime, ma l’occupazione dei territori palestinesi rimane ai margini della campagna elettorale.

Secondo Sharone, anche un cambio di maggioranza potrebbe quindi modificare la politica interna senza incidere sulle condizioni vissute dai palestinesi. Per decenni governi di orientamento diverso hanno ampliato o mantenuto il controllo sui territori senza affrontare la questione di una soluzione politica.

La donna contesta inoltre il rifiuto, da parte della classe dirigente, di esaminare le decisioni assunte dopo il massacro. «La mancanza di responsabilità è un cancro nel nostro cuore. Sta uccidendo lo Stato d’Israele», ha affermato, sostenendo che il voto metta alla prova il rispetto delle regole democratiche e la capacità delle istituzioni di rispondere ai cittadini.


La famiglia e il 7 ottobre

Oded Lifshitz aveva contribuito alla nascita di Nir Oz negli anni Cinquanta, quando il kibbutz era ancora una comunità socialista nel Negev, vicino alla Striscia di Gaza. Aveva prestato servizio in quattro guerre, ma aveva continuato a ritenere che la sicurezza di Israele dipendesse anche da un’intesa con i palestinesi.

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Giornalista vicino alla sinistra sionista, aveva sostenuto gli accordi di Oslo e l’ipotesi di uno Stato palestinese. Anche dopo il fallimento del processo di pace aveva mantenuto contatti con gli abitanti di Gaza, accompagnando in ospedali israeliani persone malate provenienti dalla Striscia.

Sharone ricorda che suo padre apparteneva alla generazione che aveva costruito il Paese e riponeva grande fiducia nello Stato, soprattutto nell’esercito. La mattina del 7 ottobre 2023, mentre i miliziani di Hamas entravano a Nir Oz, era convinto che i soldati sarebbero arrivati rapidamente. I soccorsi non giunsero.

Oded fu rapito e morì durante la detenzione. Il suo corpo venne restituito a Israele nel febbraio 2025, dopo 502 giorni. Yocheved lo seppellì a Nir Oz, accanto alle abitazioni bruciate e ai terreni lasciati senza cura.


La richiesta d’inchiesta

Per Sharone, la mancata protezione garantita il 7 ottobre e le decisioni prese nei tre anni successivi fanno parte della stessa responsabilità politica e militare. Le famiglie degli ostaggi e quelle delle comunità vicine a Gaza chiedono da allora una commissione nazionale indipendente.

L’obiettivo è ricostruire perché l’esercito non abbia raggiunto in tempo le persone attaccate e se alcune vite avrebbero potuto essere salvate. L’indagine dovrebbe esaminare anche la gestione della guerra e il peso attribuito alla liberazione degli ostaggi nelle scelte della leadership.

Yocheved aveva 85 anni quando, il 23 ottobre 2023, uscì dai tunnel dopo diciassette giorni di prigionia. Era stata catturata nella sua casa di Nir Oz, mentre il marito risultava ancora detenuto. Davanti alle telecamere tese la mano a uno dei suoi carcerieri e pronunciò «shalom», cioè pace.

Quell’immagine fece il giro del mondo e rese Yocheved uno dei simboli delle settimane successive al 7 ottobre. Per Sharone, oggi quella stretta di mano richiama un’idea di Israele che la guerra e la radicalizzazione del Paese hanno progressivamente relegato ai margini.

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