Scuola e informazione, la fiducia degli italiani resta bassa
Un’indagine in 32 Paesi misura aspettative, costo della vita, tecnologie e fiducia nei servizi pubblici
Gli italiani mostrano scarsa fiducia nella capacità della scuola di ridurre le disuguaglianze e nei mezzi d’informazione tradizionali. È quanto emerge dal FII PRIORITY Compass 2026, ricerca condotta dal Future Investment Initiative Institute con Ipsos.
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Il confronto sull’istruzione
Solo il 46% degli intervistati in Italia ritiene che il sistema educativo possa offrire ai bambini delle famiglie con redditi bassi una concreta possibilità di migliorare la propria condizione sociale. La media internazionale arriva al 60%, con una differenza di 14 punti percentuali.
Il giudizio sull’università è meno severo rispetto a quello rilevato nel resto del mondo. In Italia il 53% pensa che, per la maggior parte delle persone, il percorso universitario non giustifichi più la spesa necessaria: la quota è inferiore alla media globale del 65% e rappresenta il terzo dato più basso tra i 32 Paesi coinvolti.
Rimane però limitata la fiducia nel valore automatico del titolo di studio. Soltanto il 47% degli italiani ritiene che, per ottenere un buon lavoro, la laurea conti più delle competenze concrete. È il secondo dato più basso rilevato dall’indagine.
La fiducia nei mezzi d’informazione
La distanza dalla media mondiale è ancora più evidente quando si parla di notizie. La televisione nazionale è considerata affidabile dal 43% degli italiani, contro il 62% del campione internazionale. Per le informazioni diffuse attraverso la rete, il dato italiano scende al 37%, mentre nel complesso dei Paesi esaminati raggiunge il 52%.
L’82% degli intervistati in Italia considera inoltre i mezzi d’informazione tradizionali orientati politicamente. Il dato descrive la percezione dei cittadini e non stabilisce quanti organi di stampa siano effettivamente schierati, ma segnala una forte difficoltà per l’autorevolezza del settore.
La sfiducia non porta automaticamente a preferire i nuovi protagonisti dell’informazione digitale. Il 48% degli italiani pensa che i creatori di contenuti riescano a intercettare le preoccupazioni delle persone comuni. La risposta riguarda la capacità di rappresentare bisogni e sensibilità del pubblico, non necessariamente la precisione delle notizie diffuse.
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Le priorità del campione mondiale
La ricerca è stata realizzata tra il 24 aprile e il 5 giugno 2026 su 61.200 adulti residenti in 32 Paesi. Solo il 34% ritiene che il mondo stia procedendo nella direzione giusta, mentre il 46% esprime lo stesso giudizio sul proprio Paese. La fiducia nella propria vita resta invece più alta: il 75% guarda con favore al proprio andamento personale.
Il divario più netto separa i Paesi del Sud globale da quelli del Nord globale. Nei 19 Stati del primo gruppo il 47% vede positivamente la direzione del mondo, contro il 15% rilevato nei 13 Paesi del secondo. Anche sull’economia mondiale l’ottimismo è maggiore nel Sud globale, con il 49% delle risposte favorevoli contro il 19% del Nord.
Per il quinto anno consecutivo il costo della vita è la principale preoccupazione: lo indica il 56% del campione, sei punti in più rispetto al 2025. Le spese per l’energia sono citate dal 34% degli intervistati. Salute e accesso alle cure rappresentano il primo requisito per il benessere personale, con il 44%, seguiti dalla sicurezza del lavoro e del reddito, al 43%.
Tecnologia sotto controllo umano
L’apertura verso l’intelligenza artificiale convive con la richiesta di limiti precisi. Il 57% degli intervistati sarebbe disposto a pagare per acquisire nuove competenze in questo campo, ma l’80% esclude che un sistema automatico possa assumere l’ultima decisione in settori delicati come selezioni del personale, giustizia e sanità.
L’85% chiede inoltre regole condivise a livello internazionale. La robotica è accolta soprattutto quando riduce la fatica: il 65% pensa che entro dieci anni i robot diventeranno comuni nella vita quotidiana e il 61% affiderebbe loro le faccende domestiche. L’accettazione diminuisce quando entrano in gioco attività di cura e rapporti personali.
La ricerca rileva infine una diffusa insoddisfazione per l’assistenza sanitaria disponibile: meno della metà del campione si dichiara soddisfatta, mentre il 63% accetterebbe tasse più alte per garantire cure accessibili a tutti. Il 69% chiede ai governi di investire maggiormente nella formazione professionale, anche per affrontare i cambiamenti prodotti dall’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro.
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