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Attualità 3 min di lettura4 ore fa

Sanità, 32 miliardi in bilico: chi rischia di pagare il conto

La spesa privata cresce mentre milioni di persone rinunciano alle cure: il rapporto Gimbe segnala risorse insufficienti e un divario destinato ad allargarsi

Fondi sanitari e assicurazioni stanno assumendo un peso crescente nelle cure, ma il presidente di Gimbe Nino Cartabellotta avverte: «Se il servizio pubblico arretra, fondi e assicurazioni rischiano di diventare una corsia preferenziale per chi dispone di una copertura». Il quadro emerge dal Nono Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale, presentato alla Camera dei Deputati.

Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto 190,1 miliardi di euro. Di questa somma, 140,8 miliardi sono stati sostenuti dal settore pubblico, 42,4 miliardi direttamente dalle famiglie e quasi 7 miliardi sono passati attraverso fondi, polizze e altri intermediari.


Il privato pesa sempre di più

La quota pagata direttamente dai nuclei familiari è scesa dell'1% rispetto al 2024, con una riduzione di 434 milioni di euro. Nello stesso periodo, invece, la spesa gestita da fondi e assicurazioni è salita del 10,1%, pari a 642 milioni in più.

L'incremento più marcato riguarda le assicurazioni sanitarie volontarie: in un anno sono passate da 4,69 a 5,29 miliardi, con una crescita del 12,7%. Secondo Cartabellotta, servono controlli, chiarezza e regole perché la sanità integrativa affianchi il Servizio sanitario nazionale senza rimpiazzarlo e senza accentuare le disparità.


Milioni esclusi da visite ed esami

Il problema non riguarda soltanto i conti pubblici. Nel 2024, 5,8 milioni di residenti, il 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di avere rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria: dodici mesi prima la percentuale era del 7,6%.

Per circa 4 milioni di persone l'ostacolo principale è stato rappresentato dalle liste d'attesa, mentre 3,1 milioni hanno indicato l'impossibilità di sostenere la spesa. Le due motivazioni potevano essere segnalate contemporaneamente. Cartabellotta ha parlato di una difficoltà che mette alla prova il rapporto tra cittadini e istituzioni: «Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute».

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Il finanziamento non tiene il passo

Tra il 2023 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale cresce nominalmente di 17,5 miliardi, arrivando a 142,9 miliardi dai 125,4 miliardi del 2022. Il confronto con il prodotto interno lordo, tuttavia, restituisce un risultato diverso: la quota destinata alla sanità passa dal 6,27% del 2022 a valori vicini al 6% negli anni successivi, con il 6,14% previsto per il 2026.

Secondo Gimbe, questa riduzione equivale a 18,8 miliardi di risorse non disponibili rispetto a uno scenario in cui fosse rimasto invariato il rapporto tra Fondo sanitario e Pil. L'inflazione ha inoltre eroso quasi del tutto l'aumento nominale di 37,5 miliardi registrato tra il 2010 e il 2026. Cartabellotta definisce il fenomeno «tagli invisibili», perché il finanziamento sale sulla carta ma diminuisce in rapporto alla ricchezza nazionale.

Il Documento Programmatico di Finanza Pubblica, approvato il 2 ottobre, prevede per il prossimo triennio una spesa sanitaria nominalmente più alta, ma stabile o in calo rispetto al Pil. Gimbe calcola così un possibile disavanzo di 32,3 miliardi tra il fabbisogno del sistema e le risorse disponibili.

Il nodo, osserva il presidente dell'organizzazione, riguarda il finanziamento dei livelli essenziali di assistenza, che lo Stato deve garantire. Senza nuovi stanziamenti, il peso ricadrebbe sui bilanci regionali, con il rischio di aumenti fiscali oppure di una riduzione dei servizi: in entrambi gli scenari, a sostenere il costo sarebbero ancora i cittadini.

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