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Attualità 5 min di lettura6 min fa

Salvini resta al comando, ma la Lega chiede una svolta

Il segretario conquista il quarto mandato con 465 voti, mentre il consenso raccolto da Garavaglia riporta al centro identità territoriale, autonomia e futuro del partito.

La conferma di Matteo Salvini alla guida della Lega non chiude il confronto interno. Il nuovo mandato, che durerà quattro anni e arriverà fino al 2030, è stato accompagnato da una richiesta di cambiamento sostenuta da una parte significativa del partito e resa evidente dai 146 voti raccolti da Massimo Garavaglia.

Il congresso straordinario si è concluso domenica a Milano con 611 schede valide e una vittoria netta del segretario uscente: 465 preferenze, pari a circa il 76 per cento, contro il 24 per cento dello sfidante. Dopo la proclamazione, i due candidati si sono abbracciati sul palco tra gli applausi dei delegati.

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La sfida interna non è finita

La candidatura di Garavaglia ha dato voce soprattutto agli esponenti che chiedono di rilanciare la presenza della Lega nei territori settentrionali e di ridurre la concentrazione delle decisioni intorno al segretario. Il senatore aveva motivato la sua scelta con la necessità di reagire al calo elettorale: alle politiche la Lega aveva ottenuto l’8,8 per cento, senza poi riuscire a recuperare consensi.

Nel suo programma, Garavaglia aveva indicato un maggiore peso per sindaci, amministratori regionali e dirigenti locali. Aveva inoltre suggerito di valorizzare Luca Zaia, Claudio Durigon, Giancarlo Giorgetti e lo stesso Salvini nella conduzione del partito. Dopo il voto ha definito significativo il risultato, soprattutto perché ottenuto senza una macchina organizzativa a sostegno della sua candidatura, e ha confermato la disponibilità a collaborare con la maggioranza.

Il malessere era già emerso durante la prima giornata del congresso. Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato, aveva chiarito che il confronto nasceva dalla perdita di consenso e non da un conflitto personale con Salvini. A suo giudizio, il risultato di Garavaglia dimostra che le critiche non sono circoscritte alla Lombardia.

Anche Giorgetti ha riconosciuto la difficoltà del momento. «Va tutto bene? No, non va tutto bene», ha detto ai delegati, richiamando il caso di Bergamo, dove il partito è passato da percentuali vicine al 50 per cento a risultati intorno al 20 per cento. Il ministro dell’Economia ha difeso l’idea di una Lega nazionale, ma non nazionalista, capace di conservare le proprie identità territoriali.


Ucraina, la linea che divide il governo

Il passaggio politico più delicato del discorso di Salvini ha riguardato il sostegno italiano all’Ucraina. Prima della votazione, il segretario ha chiesto ai delegati di autorizzarlo a portare in Consiglio dei ministri la posizione contraria alla prosecuzione degli aiuti militari ed economici a Kyjiv: «Non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina».

La scelta rischia di alimentare un nuovo confronto nella maggioranza guidata da Giorgia Meloni. Salvini ha invece confermato il sostegno alla presidente del Consiglio e si è detto convinto che il centrodestra vincerà le prossime elezioni politiche. L’obiettivo dichiarato è riportare la Lega al secondo posto nella coalizione, superando Forza Italia, e ottenere maggiore riconoscimento nelle amministrazioni regionali governate dal centrodestra.

Nel corso dell’intervento, il segretario ha anche definito un errore la partecipazione della Lega al governo di Mario Draghi insieme al Partito Democratico, assumendosi la responsabilità di quella decisione. Sul piano europeo ha difeso la permanenza nel gruppo dei Patrioti per l’Europa e ha ribadito la volontà di cambiare radicalmente le politiche dell’Unione Europea.

Su immigrazione e cittadinanza, Salvini ha confermato la contrarietà sia allo ius soli sia allo ius scholae. Il congresso ha quindi restituito una linea politica che tiene insieme la critica agli aiuti all’Ucraina, il contrasto alle nuove forme di cittadinanza e la richiesta di una Lega più competitiva all’interno della coalizione.

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Autonomia e nuovo assetto del partito

Il tema del radicamento settentrionale è tornato centrale anche attraverso gli interventi di Attilio Fontana e Luca Zaia. Il presidente della Lombardia ha chiesto di difendere le competenze regionali dalle decisioni del governo centrale, mentre l’ex presidente del Veneto ha richiamato il valore dell’autonomia e dell’identità del Nord.

Il confronto ha così riportato nel dibattito questioni legate al federalismo, già presenti nella storia della Lega di Umberto Bossi. La discussione contrappone chi vuole rafforzare il legame con i territori e chi considera prioritaria la dimensione nazionale costruita durante la segreteria di Salvini.

Una modifica dello statuto, approvata sabato, ha introdotto una segreteria politica composta da un massimo di nove persone. L’organismo dovrà rappresentare i livelli nazionale, regionale e locale, ma i suoi membri saranno scelti e potranno essere sostituiti dal segretario federale.

Salvini ha spiegato che impiegherà una o due settimane per definire la squadra. Tra le ipotesi figura Zaia, indicato come una risorsa importante, mentre resta da chiarire il ruolo degli esponenti vicini a Garavaglia. Ancora incerta è anche la posizione di Romeo come capogruppo al Senato: il segretario ha rinviato la decisione ai senatori della Lega.


Il simbolo guarda alla tradizione

Durante il congresso è stata presentata anche una nuova denominazione: Lega Italia federale. Nel contrassegno non compare più il nome di Salvini, presente nella versione elettorale precedente, mentre resta Alberto da Giussano con la spada alzata.

Il segretario ha collegato il nuovo simbolo alla tradizione della Lega di Bossi e Roberto Maroni. L’intento dichiarato è unire il profilo nazionale assunto dal partito con il richiamo al federalismo e alle identità locali.

A margine dei lavori è esploso anche il confronto con la stampa. Salvini ha accusato alcuni giornalisti di raccontare la Lega in modo ostile e ha difeso la scelta di tenere i cronisti fuori dalla sala dei delegati, in uno spazio separato.

La decisione e gli attacchi verbali hanno provocato la reazione dell’Ordine dei giornalisti, della Federazione nazionale della stampa italiana e dell’Associazione stampa parlamentare. Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine, ha ricordato che i giornalisti devono informare i cittadini anche quando le notizie non incontrano il gradimento dei politici e ha chiesto a Salvini di ritirare gli insulti.

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