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Attualità 2 min di lettura2 ore fa

Risposarsi dopo il divorzio, ddl per eliminare i 300 giorni

Italia Viva propone di abrogare l’articolo 89 del codice civile, che impone l’attesa soltanto alle donne

Un disegno di legge presentato al Senato punta a cancellare l’obbligo che vieta alle donne di risposarsi nei 300 giorni successivi alla fine del matrimonio. Per gli uomini, invece, non esiste un periodo di attesa equivalente.

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La proposta di Italia Viva

A depositare il testo è stata Raffaella Paita, capogruppo di Italia Viva al Senato. Il provvedimento chiede l’abrogazione dell’articolo 89 del codice civile, una disposizione che risale al 1942 e che continua a produrre effetti diversi in base al sesso della persona interessata.

Secondo Paita, la regola limita la libertà individuale e la possibilità di contrarre un nuovo matrimonio. La senatrice ha definito la norma «retrograda, anacronistica e intrisa di stereotipi non più accettabili nei confronti delle donne», invitando le altre forze politiche a sostenere la cancellazione del divieto.


Perché esiste il limite

La disposizione fu introdotta per evitare la cosiddetta “turbatio sanguinis”, cioè l’incertezza sull’attribuzione della paternità di un figlio concepito durante il primo matrimonio e nato dopo la sua conclusione. La ratio della norma appartiene a un ordinamento e a una società molto diversi da quelli attuali.

Il disegno di legge considera superata quella giustificazione e contesta il fatto che la conseguenza ricada soltanto sulle donne. L’obiettivo è riportare le regole sulle nuove nozze a un trattamento uguale per entrambi gli ex coniugi.

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Le deroghe già previste

L’articolo 89 contempla alcune situazioni nelle quali l’attesa non è richiesta. Tra queste rientrano determinati casi di separazione giudiziale o consensuale, l’assenza di rapporti sessuali tra i coniugi durante il matrimonio e le pronunce di nullità collegate all’impotenza, anche solo generativa, di uno dei due.

La donna può inoltre sposarsi prima dei 300 giorni quando è esclusa con certezza una gravidanza. La deroga opera anche se una sentenza definitiva stabilisce che l’ex marito non ha convissuto con lei nel periodo considerato rilevante.

Per i promotori, tuttavia, queste eccezioni non risolvono la disparità contenuta nella disciplina. La proposta mira quindi a eliminare alla radice il divieto, senza mantenere un vincolo previsto esclusivamente per le donne.

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