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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Ricina, nessuna svolta giudiziaria: cosa cercano gli investigatori

Nuovi sequestri negli studi di Gianni Di Vita, mentre Procura e difesa chiariscono che il professionista non è indagato e che le analisi scientifiche sono ancora in corso.

La presenza della ricina nell’organismo di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, resta l’unico punto fermo dell’inchiesta. Non è stato ancora stabilito, invece, come la sostanza sia stata assunta né da dove provenisse: per questo gli investigatori stanno esaminando computer, documenti e oggetti personali raccolti in diversi ambienti della famiglia.


Nuovi sequestri tra Pietracatella e Campobasso

Le attività sono partite martedì mattina dallo studio professionale di Gianni Di Vita in via Risorgimento 18, a Pietracatella, situato davanti all’abitazione familiare ancora sottoposta a sequestro. L’ufficio non è stato sequestrato, ma gli investigatori hanno acquisito altro materiale dopo il precedente intervento del 31 luglio, quando erano stati portati via un computer Lenovo e dieci chiavette Usb.

Da quei dispositivi gli specialisti del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato hanno iniziato la copia forense e il recupero dei dati. In seguito, l’attività si è spostata nello studio di via D’Amato, a Campobasso, dove Di Vita lavora come commercialista e dove esercitava anche la moglie Antonella, consulente del lavoro.

Nel capoluogo sono stati cercati atti, oggetti e strumenti digitali utili a ricostruire la vita della donna, il suo lavoro e le relazioni precedenti alla morte, avvenuta il 28 dicembre scorso. Tra il materiale sequestrato figura la borsa professionale di Antonella, rimasta nell’ufficio, insieme a due computer utilizzati nello studio. Di Vita ha inoltre consegnato una copia del disco rigido del computer usato dalla moglie.


La Procura esclude cambi di posizione

Al termine delle operazioni, il professionista è stato ascoltato negli uffici della Questura di Campobasso per le sommarie informazioni testimoniali e per gli adempimenti legati alle perquisizioni. Nel corso della giornata è tornato più volte in Questura: in un’occasione ha portato una memoria esterna, mentre in serata ha consegnato altri due computer destinati alla copia dei contenuti.

Di Vita non ha rilasciato dichiarazioni articolate ai cronisti. Sollecitato dai giornalisti, si è limitato a dire: «Sono serenissimo». Più tardi ha aggiunto: «Arriverà il momento in cui avremo qualcosa da dire».

La procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, ha però precisato che la posizione dell’uomo «non è assolutamente cambiata». Al momento, ha fatto sapere la Procura, non risultano persone indagate per il duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico. Gianni Di Vita e la figlia maggiore Alice partecipano al procedimento come persone offese e sono assistiti dall’avvocato Vittorino Facciolla.

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La difesa: collaborazione senza riserve

Facciolla ha spiegato che gli accertamenti hanno riguardato spazi e beni disponibili all’intera famiglia, non soltanto quelli riconducibili a Gianni. Secondo il legale, l’obiettivo è verificare eventuali attività compiute da Antonella, Sara, Gianni o Alice e mettere a disposizione degli investigatori ogni elemento utile.

«Continuiamo, come abbiamo fatto sin dal primo momento, ad essere collaborativi con gli inquirenti», ha dichiarato l’avvocato, sottolineando che la famiglia intende fornire quanto richiesto senza trarre conclusioni anticipate. Le operazioni, secondo quanto emerso, sono state mirate alla ricerca di materiale specifico e non semplici verifiche generiche.


Restano aperti più filoni

Gli investigatori hanno già ascoltato circa 200 persone, alcune anche più volte, e le audizioni proseguiranno. Il lavoro punta a ricostruire i rapporti familiari, personali e professionali delle vittime; tra gli approfondimenti considerati c’è anche una possibile pista passionale.

Sul fronte scientifico, gli esperti del Robert Koch-Institut di Berlino stanno analizzando i materiali ricevuti, compresi i 131 campioni e reperti raccolti il 30 luglio durante il sopralluogo nell’abitazione di Pietracatella. I risultati non sono ancora arrivati e gli esami richiederanno altro tempo.

A circa nove mesi dai decessi, dunque, la ricina è l’unica certezza indicata dagli accertamenti: l’intossicazione acuta ha provocato la morte di Antonella e Sara. Restano da chiarire il vettore della sostanza, la sua origine e le eventuali responsabilità, mentre la Procura ribadisce che non ci sono indagati e che la posizione di Gianni Di Vita resta invariata.

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