Rabbia e democrazia: il futuro che rischiamo di consegnare
Tra violenza nelle piazze, sfiducia nelle istituzioni e cultura autoreferenziale, la risposta passa da una partecipazione capace di restituire voce e dignità ai cittadini più giovani.
Dovremmo ricominciare dai bambini: non perché possiedano già soluzioni pronte, ma perché possono costringere gli adulti a recuperare interrogativi che hanno smesso di porsi.
La democrazia, infatti, non si esaurisce nell’esistenza delle sue regole o nell’appuntamento elettorale. Vive anche della percezione, condivisa dai cittadini, di poter incidere sulle decisioni collettive. Quando questa fiducia si spegne, le istituzioni possono continuare a funzionare senza riuscire più a trasmettere partecipazione.
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Ascoltare prima che sia troppo tardi
È questo il punto da cui Cultura Italiae intende ripartire a Napoli, il 23, 24 e 25 ottobre, in occasione dei dieci anni dell’associazione e di SEMI26. Il tema scelto sarà La Cultura è Democrazia, concepito non come una semplice formula, ma come una responsabilità concreta.
Durante l’iniziativa, al termine degli interventi, alcune classi napoletane potranno rivolgere domande agli ospiti. A porle saranno bambini e ragazzi, senza indicazioni preventive e senza l’obbligo di rispettare le formule consuete del dibattito pubblico: quesiti liberi, anche scomodi, definiti “domande impertinenti”.
L’iniziativa nasce anche da una constatazione: troppo spesso si discute del futuro senza coinvolgere davvero coloro che dovranno abitarlo. Città, scuole e modelli di sviluppo vengono immaginati dagli adulti, mentre alle nuove generazioni si riserva il ruolo simbolico di “futuro”, come se questa definizione bastasse a cancellare le responsabilità del presente.
Chi ci ha preceduto ha lasciato in eredità un’Europa ricostruita dopo la distruzione, istituzioni democratiche, diritti sociali e un lungo periodo di pace. Il rischio attuale è consegnare ai figli una società dotata di più tecnologia ma con meno fiducia, nella quale la paura diventa strumento politico e il risentimento si trasforma in consenso elettorale.
La piazza non autorizza la violenza
Le immagini arrivate negli ultimi giorni rendono evidente la frattura. L’incendio nella sede storica del Comune di Limoges, l’attacco alla libreria Feltrinelli di Torino e i danni provocati durante i cortei di Milano hanno riportato nello spazio pubblico scene che sembravano appartenere a una stagione ormai lontana.
I bersagli non sono stati soltanto edifici o attività commerciali, ma luoghi legati alle istituzioni, alla memoria e alla cultura. Una protesta può esprimere un dissenso legittimo; distruzione e saccheggio, invece, oltrepassano il limite della legge e colpiscono anche chi non ha alcuna responsabilità nelle ragioni della mobilitazione.
Il disagio sociale può essere reale e le istituzioni possono avere ignorato richieste fondate. Nulla di tutto questo rende accettabile l’intimidazione. Chi pretende di difendere diritti finisce per negare quelli altrui: il lavoro, la sicurezza quotidiana, la possibilità di vivere la propria città e di manifestare senza violenza.
La legalità stabilisce il perimetro entro il quale una protesta può svolgersi; l’ascolto rappresenta invece un compito essenziale della politica. Confondere questi due piani significa indebolire sia la sicurezza sia la capacità delle istituzioni di affrontare le cause del conflitto.
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Il risentimento nasce dall’esclusione
Limitarsi alla condanna dei disordini, tuttavia, non basta. La pandemia, i conflitti tornati alle porte dell’Europa, l’aumento delle disuguaglianze e la perdita di credibilità delle istituzioni hanno alimentato una domanda più profonda: perché la rabbia è diventata uno dei principali linguaggi della vita pubblica?
Nel volume Vent’anni di rabbia. Come il risentimento ha preso il posto della politica, Carlo Invernizzi Accetti collega questa condizione non soltanto alle difficoltà economiche. Al centro mette la sensazione di non contare, di essere esclusi dai luoghi in cui si decide e di non poter influenzare scelte percepite come lontane. Il problema riguarda dunque il reddito, ma anche il riconoscimento e la dignità.
Anche populismo e tecnocrazia, pur presentandosi come modelli contrapposti, possono produrre una partecipazione ridotta. Il primo concentra il rapporto con il popolo nell’identificazione con un capo; la seconda affida le decisioni a competenze e sedi difficilmente accessibili ai cittadini.
In entrambi i casi si chiede soprattutto adesione: applaudire da una parte, fidarsi dall’altra. Lo spazio per discutere, contribuire e costruire una volontà comune tende così a restringersi. Il voto rimane, ma la democrazia rischia di ridursi a una procedura priva di una reale esperienza collettiva.
La cultura deve cambiare postura
In questo vuoto la rabbia può offrire un’appartenenza deformata e trasformare l’avversario in un nemico. Comprenderne l’origine non significa giustificare chi devasta; vuol dire riconoscere che una comunità incapace di affrontare le proprie divisioni finirà per subirne gli effetti.
Una parte della responsabilità riguarda anche il mondo culturale. Negli anni si sono moltiplicati festival, rassegne, premi, capitali della cultura e grandi appuntamenti, spesso valutati attraverso visitatori, presenze e attenzione dei mezzi di informazione. Più raramente ci si è chiesti se quegli eventi riuscissero a creare cittadinanza o a ridurre le distanze sociali.
Si è parlato di inclusione frequentando talvolta ambienti chiusi, celebrato la diversità senza modificare le proprie abitudini e invocato il confronto continuando a dialogare soprattutto con persone già vicine. Il rischio è una cultura autoreferenziale: capace di raccontare la società, ma non di trasformare i rapporti che la attraversano.
La cultura dovrebbe invece rendere il sapere accessibile, offrire alle differenze uno spazio di convivenza e permettere al dissenso di trovare parole diverse dall’aggressione. Non un privilegio per chi possiede già gli strumenti per interpretare il mondo, ma un’occasione per chi deve ancora conquistarli.
Le tre giornate napoletane non possono sciogliere da sole le contraddizioni del presente. Possono però proporre un metodo diverso: meno celebrazione e più attenzione, meno risposte confezionate e più domande autentiche. Il contrario della rabbia non è il silenzio, ma la possibilità concreta di sentirsi parte delle decisioni.
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