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Attualità 3 min di lettura14 ott

Puglia in allarme: il blocco Ilva mette a rischio voli e rifornimenti

La protesta degli operai dell’acciaieria continua e rallenta la distribuzione del carburante, dagli aeroporti di Bari e Brindisi alle stazioni di servizio della regione.

Il blocco delle autocisterne davanti alla raffineria sta già producendo effetti concreti in Puglia: gli aeroporti di Bari e Brindisi resteranno senza rifornimenti di carburante per gli aerei almeno fino a venerdì 16, mentre decine di distributori sono rimasti senza gasolio. La mobilitazione degli operai dell’Ilva, arrivata al terzo giorno, impedisce infatti alla normale filiera di ripartire.

Nei due scali non risultano, per ora, voli cancellati o dirottati. Le compagnie sono state però avvertite della situazione e devono programmare gli arrivi con una quantità di carburante sufficiente anche per la tratta successiva.

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Il carburante resta il nodo più urgente

La società che gestisce gli aeroporti di Bari Palese e Brindisi Casale ha prorogato fino alle 8 di venerdì 16 gli avvisi destinati ai vettori. La validità delle comunicazioni è legata alla prosecuzione dello sciopero, prevista almeno fino a giovedì, e ai tempi necessari per riportare la distribuzione alla normalità.

Anche la rete stradale risente del presidio organizzato lungo la Statale Jonica 106. I manifestanti hanno consentito il transito soltanto alle autocisterne dirette a Kyma Mobilità, l’azienda pubblica che gestisce il trasporto urbano di Taranto. La misura è stata adottata dopo l’interruzione parziale del servizio tra martedì e mercoledì, quando erano state mantenute soltanto le corse per gli studenti.

La carenza si è estesa inoltre ai punti vendita Enilive: martedì sera risultavano senza diesel almeno 50 stazioni sulle circa 300 presenti nella rete commerciale pugliese. L’impatto sui rifornimenti potrebbe quindi aumentare finché il presidio non verrà rimosso e le autocisterne non torneranno a circolare regolarmente.


Da Genova la protesta si allarga

La mobilitazione non riguarda soltanto Taranto. A Genova i lavoratori metalmeccanici sono tornati a sfilare nel centro cittadino contro l’ipotesi di una chiusura temporanea, dall’8 novembre, degli stabilimenti del Nord Italia. Da lunedì alcuni dipendenti sono accampati con le tende davanti alla prefettura.

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Una delegazione ha incontrato martedì il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e gli ha consegnato una lettera dedicata al futuro degli impianti. In un volantino, le rappresentanze sindacali hanno sostenuto che “la pazienza è finita” e lamentato l’assenza di risposte da parte del governo, nonostante il sostegno espresso dalla Regione Liguria, dal Comune di Genova e dall’arcivescovo della città.

Gli addetti degli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi chiedono ai commissari straordinari di Ilva e Acciaierie d’Italia di acquistare sul mercato le bramme, cioè l’acciaio grezzo destinato alla laminazione. L’obiettivo è compensare il materiale che non arriva più da Taranto, dove la produzione è ferma dopo lo stop all’area a caldo.


Il blocco degli altiforni e il piano del

La sospensione è stata disposta in seguito al provvedimento della Corte d’Appello di Milano, collegato alla presenza di amianto e a prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale giudicate insufficienti. I magistrati hanno respinto i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia, confermando la necessità di fermare gli altiforni senza attendere la decisione della Cassazione, la cui udienza è fissata per il 20 ottobre.

Anche un eventuale ribaltamento della sentenza non consentirebbe una ripresa immediata. Prima della sospensione, infatti, i commissari avevano interrotto l’acquisto delle materie prime e, secondo le stime riportate nel testo, per riavviare gli impianti servirebbero dai due ai quattro mesi.

Per sostenere i lavoratori, il governo ha approvato martedì un decreto che finanzia la cassa integrazione per tutti i dipendenti coinvolti, circa 9.000 persone, fino a giugno 2027. Lo stesso provvedimento permette di mantenere in preriscaldo le batterie di coke e i cowper fino alla pubblicazione delle motivazioni della pronuncia della Cassazione: questa condizione consente agli altiforni di restare protetti pur senza produrre acciaio.

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