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Attualità 4 min di lettura4 ore fa

Primarie, il Pd si divide sul secondo nome: Gori aspetta le regole

La candidatura dell’eurodeputato resta possibile solo se capace di riunire il fronte riformista, mentre nel partito cresce lo scontro sull’interpretazione dello statuto.

La partita delle primarie del centrosinistra non dipende soltanto dai nomi già circolati, ma anche da una questione preliminare: il Partito democratico potrà schierare un candidato alternativo alla segretaria Elly Schlein? Dal confronto su questa possibilità dipende anche il futuro dell’ipotesi Giorgio Gori, che i riformisti non vogliono trasformare in una candidatura isolata e senza reale peso politico.


Lo statuto diventa il primo ostacolo

Igor Taruffi, responsabile dell’Organizzazione del Pd e vicino alla segretaria, ha escluso l’eventualità di un secondo esponente dem. La sua interpretazione parte dal principio secondo cui il segretario nazionale viene indicato dal partito come candidato alla guida del governo: «Il Pd ha uno statuto che indica con chiarezza chi è il candidato a Palazzo Chigi direttamente, cioè la segretaria del nostro partito, e in caso di primarie, la segretaria del partito».

Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare del Pd, legge però le norme in modo diverso. A suo giudizio, l’articolo 5 dello statuto prevede che, quando il candidato premier di una coalizione viene scelto con le primarie, sia l’Assemblea nazionale a definire le procedure per eventuali ulteriori candidature. Il comma 3, sostiene Ceccanti, «è chiarissimo» e lascia quindi una decisione politica all’organismo del partito.

Il testo non stabilisce una maggioranza particolare per autorizzare questa apertura. Spetterebbe dunque all’Assemblea decidere se consentire un secondo nome interno e con quali modalità. Ceccanti richiama il precedente del 2012, quando Matteo Renzi sfidò Pier Luigi Bersani dopo una deroga alle regole allora vigenti.


Gori cerca un perimetro più largo

In questo quadro, Gori rimane una possibilità ancora da verificare. L’eurodeputato non ha annunciato una discesa in campo, ma all’incontro dei riformisti dem organizzato a Prato ha difeso il ricorso alle primarie e rivendicato la necessità che l’area moderata faccia pesare le proprie idee.

Per una parte della minoranza, la candidatura avrebbe senso soltanto se riuscisse a unire forze oggi distribuite tra il Pd e altri soggetti. Un esponente riformista sintetizza così il criterio: «Se ci fosse la possibilità di una candidatura che abbia un senso politico, non una semplice testimonianza dal 2%, allora la questione potrebbe avere un senso».

Il timore è che ai gazebo si presentino separatamente Gori, Ernesto Maria Ruffini, un rappresentante di Progetto Civico, +Europa e una figura vicina a Matteo Renzi. In quel caso, la frammentazione indebolirebbe l’intero schieramento e renderebbe molto meno probabile la costruzione di una candidatura capace di incidere sul risultato finale.


Il centro resta senza una sintesi

Ruffini ha già manifestato la disponibilità a partecipare alle primarie. Alessandro Onorato lavora intanto alla crescita di Progetto Civico, mentre Riccardo Magi ha aperto al dialogo su una lista comune dell’area liberal-democratica. Anche Vincenzo Spadafora, attraverso la sua formazione Primavera, è tornato a proporre una fase costituente.

Per ora, però, queste iniziative procedono senza un coordinamento evidente. È questa dispersione a rendere ancora incerta l’ipotesi Gori: prima di scegliere un candidato, i riformisti dovrebbero capire se esiste uno spazio politico condiviso e se le diverse componenti sono disposte a sostenerlo.

A Prato è stata inoltre rilanciata la formula del doppio turno. Lo schema immaginato dai sostenitori dell’area riformista prevede una candidatura in grado di raccogliere una quota significativa di consensi, indicata intorno al 15%, per poi trasferire i voti al secondo turno ai due più votati, individuati oggi in Schlein e Giuseppe Conte.


Renzi riapre il caso De Luca

Nel dibattito si è inserito anche Vincenzo De Luca, dopo l’invito di Matteo Renzi al sindaco di Salerno per l’apertura della Leopolda. La sua eventuale partecipazione, tuttavia, porrebbe un problema specifico: con la segretaria del Pd in gara, una parte del partito potrebbe avere difficoltà a preferire un candidato esterno.

Diverso sarebbe lo scenario con un esponente interno al Pd. È proprio questa distinzione a rendere centrale la discussione sulla candidatura aggiuntiva: per i riformisti non basterebbe aumentare il numero dei partecipanti, ma servirebbe un nome capace di aggregare consensi e arrivare al ballottaggio con un peso negoziale concreto.

La direzione prevista per venerdì e la successiva Assemblea nazionale saranno quindi i passaggi decisivi. Prima ancora di stabilire chi correrà, il Pd dovrà chiarire se lo statuto consente davvero di ampliare la competizione e se esiste una volontà politica sufficiente per farlo.

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