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Attualità 4 min di lettura10 min fa

Politiche culturali, pochi dati sulla spesa pubblica

La nuova legge sul cinema promette più controlli, ma restano dubbi su fondi, bilanci e valutazione degli interventi.

La gestione delle politiche culturali italiane resta segnata da una grave carenza di trasparenza.

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La nuova legge sul cinema

Un possibile correttivo potrebbe arrivare dalla riforma della legge sul cinema e sull’audiovisivo, attesa al Senato entro la prima metà di novembre. Il testo, sostenuto da Fratelli d’Italia con Federico Mollicone, dal Partito Democratico con Matteo Orfini e dal Movimento 5 Stelle con Gaetano Amato, prevede un rafforzamento degli strumenti per controllare e misurare gli effetti delle politiche pubbliche.

La proposta non modifica radicalmente l’impianto attuale, ma introduce elementi ritenuti più favorevoli alla verifica dei risultati. Il testo segnala tuttavia l’esistenza di resistenze alla sua approvazione, in un sistema descritto come sbilanciato verso i grandi operatori e le organizzazioni di categoria, a discapito dei produttori indipendenti e degli autori più giovani.


Il difficile accesso ai dati

Secondo la denuncia contenuta nell’analisi, per ricostruire il funzionamento del settore occorre spesso ricorrere a strumenti di giornalismo investigativo. Anche l’IsICult, istituto di ricerca indipendente fondato oltre trent’anni fa, avrebbe incontrato ostacoli nonostante richieste di accesso agli atti, diffide, ricorsi al Tar e segnalazioni all’Anac.

La difficoltà non riguarda soltanto i documenti amministrativi. Mancano anche valutazioni indipendenti capaci di stabilire se i finanziamenti producano davvero effetti utili sul sistema culturale e audiovisivo, lasciando le istituzioni prive di verifiche esterne sulle proprie decisioni.


Fondi cinematografici senza quadro completo

Non è ancora chiaro quale sia l’ammontare effettivamente destinato dallo Stato al comparto cinematografico e audiovisivo. Le analisi affidate dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo all’Università Sapienza di Roma, attraverso il Disse, non avrebbero chiarito lo scostamento tra le somme previste e quelle realmente impegnate o pagate.

Per il 2026 il Fondo Cinema e Audiovisivo dispone di 606 milioni di euro. Nel corso dell’anno sono stati aggiunti 50 milioni e, successivamente, altri 20 milioni. Di quest’ultima cifra, 10 milioni sarebbero destinati a Cinecittà per progetti definiti speciali e straordinari, senza che siano stati chiariti in modo completo destinatari, criteri e motivazioni degli stanziamenti.


Le contestazioni sulla gestione

La ricostruzione segnala inoltre ritardi nei pagamenti del Ministero della Cultura, soprattutto nella Direzione Cinema e Audiovisivo. In questo quadro, il direttore generale Giorgio Carlo Brugnoni, che ricopre anche l’incarico di vice capo di gabinetto del ministero, rivendica miglioramenti organizzativi ottenuti dopo il suo arrivo, nell’ottobre 2025.

Il suo predecessore Nicola Borrelli aveva lasciato l’incarico dopo lo scandalo legato al credito d’imposta. A fronte delle dichiarazioni sull’efficienza raggiunta, però, non risultano disponibili dati oggettivi e indipendenti dalla pubblica amministrazione che consentano una verifica esterna dei risultati.

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Gli interventi del ministero

Un caso riguarda il progetto “Che Spettacolo l’Italia!”, presentato il 20 ottobre dal ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, esponente di Fratelli d’Italia, durante la Festa del Cinema di Roma. L’iniziativa prevede il sostegno alla realizzazione di cortometraggi dedicati al cineturismo, da proiettare prima dei film nelle sale per valorizzare i luoghi utilizzati come set.

Per ciascun cortometraggio il contributo dovrebbe oscillare tra 150mila e 400mila euro. Al momento dell’annuncio, però, non era stata comunicata la dotazione complessiva del fondo. L’ufficio stampa del ministero ha rinviato la risposta alla pubblicazione del bando, prevista per il 10 novembre.

Un altro episodio riguarda Cinecittà, società pubblica alla quale il Ministero della Cultura ha assegnato un finanziamento aggiuntivo di 10 milioni di euro. La somma si aggiunge a una dotazione annuale superiore ai 30 milioni destinata agli stabilimenti di via Tuscolana; la decisione, secondo la ricostruzione, non sarebbe stata accompagnata da una comunicazione pubblica del ministero e sarebbe emersa attraverso un’inchiesta giornalistica.


I finanziamenti alle iniziative private

Sul versante privato, l’analisi richiama il Mercato Internazionale Audiovisivo, organizzato dall’Apa, presieduta da Chiara Sbarigia, e dall’Anica, guidata da Alessandro Usai. La manifestazione riceve risorse dai ministeri degli Esteri e della Cultura, ma il bilancio dell’iniziativa non sarebbe stato reso pubblico, nonostante gli obblighi previsti.

La gestione è affidata ad associazioni di categoria che rappresentano le imprese, senza includere autori e creativi. Il finanziamento pubblico arriva da più canali e, secondo la denuncia, risulta difficile da ricostruire; inoltre non sarebbe mai stata effettuata una valutazione dell’impatto prodotto dalla manifestazione.

Una situazione analoga viene attribuita all’Italian Global Series Festival, ideato l’anno scorso dalla sottosegretaria Lucia Borgonzoni tra Rimini e Riccione e organizzato anch’esso dall’Apa. Anche il sito della rassegna, sostiene la ricostruzione, non presenta la sezione dedicata alla trasparenza richiesta dalla legge.

La domanda sull’utilità di queste iniziative per lo sviluppo dell’audiovisivo e per la democrazia culturale resta quindi senza una risposta documentata. La combinazione tra informazioni incomplete e assenza di valutazioni indipendenti rende difficile stabilire l’efficacia delle scelte pubbliche.

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