Pizzaballa da Gerusalemme: la pace manca, ma la guerra non la crea
A Bologna, il patriarca latino ha descritto una pace ferita e ancora lontana, mentre Pistoletto ha invocato un pensiero nuovo per evitare che il conflitto diventi il metodo del futuro.
Si può ancora parlare di convivenza in Terra Santa dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza? Nel confronto di Piazza Maggiore a Bologna, Pierbattista Pizzaballa ha risposto senza giri di parole: la fiducia tra le comunità è stata colpita profondamente, ma la ricostruzione non è esclusa.
La ferita della fiducia
Per il patriarca latino di Gerusalemme, oggi il nodo principale non è negare la frattura, bensì decidere se fermarsi davanti a essa. Ha spiegato che israeliani e palestinesi, insieme a cristiani, ebrei e musulmani, vivono una stagione segnata da una distanza pesante, resa ancora più evidente dagli eventi degli ultimi mesi.
Pizzaballa ha insistito sul fatto che non si tratta di una chiusura definitiva. A suo giudizio, una fase si è interrotta, non la possibilità di ripartire: servono testimoni capaci di mostrare che una casa comune può tornare a esistere, anche se oggi appare distrutta.
Gaza, scuola e dignità quotidiana
Uno dei passaggi più concreti dell’incontro ha riguardato la riapertura di una scuola a Gaza. Il cardinale ha raccontato che l’economo avrebbe preferito risparmiare su divise e arredi, ma il direttore e gli insegnanti gli hanno fatto capire che proprio quei dettagli contano davvero.
La loro richiesta, ha riferito, nasceva da una condizione materiale durissima: molti vivono nelle tende e hanno bisogno di entrare in un luogo curato, non soltanto funzionante. Per Pizzaballa, anche questo fa parte dell’educazione e della dignità dei ragazzi.
La pace come attesa concreta
All’inizio del dialogo, sollecitato da Giovanna Botteri, il cardinale ha descritto Gerusalemme come una città in cui la pace è insieme sogno e desiderio permanente. Ha ricordato che, nelle lingue semitiche, il termine rimanda a completezza e inclusione, quindi a qualcosa che va costruito nella realtà.
Da qui il suo giudizio più netto: a Gerusalemme la pace è oggi una presenza ferita, la grande assente ma anche la grande attesa. Secondo Pizzaballa, il rischio più grave è credere che il futuro si possa edificare affidandosi a guerra, forza e violenza.
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L’arte come proposta politica
Michelangelo Pistoletto ha raccolto quel passaggio per allargare il discorso all’intera umanità. Ha sostenuto che la pace va cercata prima che la guerra arrivi e che l’arte può diventare uno strumento capace di sottrarre spazio alla distruzione.
L’artista ha parlato di una nuova società da immaginare insieme, senza accettare come inevitabile l’idea che un essere umano debba essere ucciso da un altro. Ha invocato un pensiero diverso e un concetto inedito di politica, capace di cambiare il modo in cui si abita il conflitto.
Comunità da cercare, non da lasciare sole
Nel prosieguo del confronto, Pizzaballa ha spiegato che il suo compito è quello di un pastore: indicare una direzione, offrire un orientamento e dare un sogno alla comunità che lo ascolta. Ha aggiunto che il desiderio di pace si alimenta soprattutto attraverso l’incontro tra le persone, non attraverso il silenzio.
Ha anche avvertito che tacere di fronte a ciò che accade può trasformarsi in complicità. Pur riconoscendo di non poter cambiare da solo le decisioni dei grandi, ha detto di ritenere importante non restare fermi e di provare, quando possibile, a dare loro fastidio.
Il cardinale ha collegato questa idea alla necessità di tenere vicine le persone che credono ancora nella pace, perché potrebbero servire nel momento in cui crollerà l’illusione della forza. In chiusura, ha spiegato che a Gaza non c’è soltanto distruzione: esistono anche desiderio di vita, competenze e bisogno di ascolto, e l’Occidente deve rinunciare all’atteggiamento coloniale di dire agli altri quale futuro sia giusto per loro.
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