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Attualità 2 min di lettura6 giorni fa

Pezeshkian, la svolta del medico prudente: perché alza i toni

Il presidente iraniano prova a tenere insieme i pasdaran e il dialogo con gli Stati Uniti, mentre a Teheran si susseguono segnali che mettono alla prova la sua linea di equilibrio.

La sua parabola politica è cambiata in fretta, e non per meriti celebrati in anticipo. Masoud Pezeshkian, arrivato alla presidenza con un profilo considerato modesto, si è ritrovato subito al centro di eventi che hanno imposto una postura diversa, più dura e molto più esposta.

Il 31 luglio del 2024, proprio il giorno del suo insediamento, un attacco israeliano distrusse l’appartamento in cui si trovava Ismail Haniyeh, guida politica di Hamas, in una zona centrale e fortemente controllata di Teheran. Il colpo avvenne sotto lo sguardo dei Pasdaran e contribuì a trasformare Pezeshkian in una figura costretta a muoversi con cautela, ma anche con fermezza.


Un presidente nato nel momento sbagliato

L’episodio di Teheran ha segnato in modo immediato la nuova fase della sua presidenza. Pezeshkian, che non era stato scelto come uomo simbolo di una rottura, si è trovato a governare in un contesto in cui ogni gesto rischiava di essere letto come debolezza o come provocazione.

Da quel momento, la sua immagine pubblica ha iniziato a oscillare tra prudenza e muscoli. Il capo di Stato ha dovuto misurare ogni parola per non incrinare i rapporti interni con l’apparato militare e, allo stesso tempo, lasciare aperto uno spazio di manovra verso Washington.


La linea del doppio binario

La scelta è stata quella di usare toni più duri, almeno in apparenza, per non irritare i Pasdaran e per non apparire troppo accomodante sul fronte esterno. In parallelo, però, Pezeshkian ha cercato di mantenere vivo il dialogo con gli Stati Uniti, evitando che la tensione con Israele facesse saltare ogni possibilità di interlocuzione.

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È questa la strategia del doppio binario che lo accompagna fin dall’inizio: fermezza verso l’interno, cautela verso l’esterno. Una posizione che, nel contesto iraniano, serve a non restare schiacciati tra le aspettative degli apparati e la necessità di non chiudere del tutto il canale diplomatico.


Il peso del compromesso

La pressione su Pezeshkian nasce anche dal suo profilo. Non è arrivato al vertice come il volto di una stagione rivoluzionaria, ma come un presidente chiamato a tenere insieme sensibilità diverse e a evitare strappi troppo costosi.

Per questo il suo linguaggio si è fatto più rigido, senza però trasformarsi in una rottura definitiva con l’idea del negoziato. In questa fase, la sua forza sembra stare proprio nella capacità di restare in equilibrio tra chi spinge per la linea dura e chi, invece, considera ancora utile tenere aperta una porta con l’America.

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