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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Pesticidi nel sangue, ricercatrice nei guai: il caso che scuote l’Argentina

Virginia Aparicio rischia il licenziamento e cinque anni di esclusione dagli incarichi pubblici dopo uno studio sui residui di agrofarmaci nella popolazione.

In Argentina una ricercatrice rischia di perdere il lavoro dopo aver coordinato uno studio che ha documentato una presenza diffusa di pesticidi tra gli abitanti di un’area agricola a sud-ovest di Buenos Aires. Virginia Aparicio, 53 anni, potrebbe essere allontanata dall’Inta e privata di qualsiasi incarico nella pubblica amministrazione per cinque anni.

La procedura disciplinare arriva dopo una ricerca avviata nel 2020, sostenuta da fondi dell’Unione europea attraverso il progetto Sprint e autorizzata dall’Inta, l’Istituto nazionale di tecnologia agropecuaria. Secondo Aparicio, l’ente avrebbe tentato di rallentare la diffusione dei risultati, già trasmessi ai partner europei, mentre l’Argentina si è ritirata formalmente dal progetto.

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Il dato che ha fatto scattare il caso

L’indagine ha coinvolto 73 volontari e ha analizzato la presenza di sostanze chimiche nel corpo umano, negli animali e negli ambienti domestici. Nel sangue di tutti i partecipanti sono stati individuati almeno due pesticidi; nelle urine dell’84% è stato invece rilevato glifosato. In alcuni campioni, le analisi hanno evidenziato contemporaneamente decine di fitofarmaci differenti.

La contaminazione non si limiterebbe alle persone. Nella polvere raccolta nelle abitazioni sono state trovate fino a 86 molecole chimiche diverse, un elemento che ha spinto la ricercatrice a chiedere ulteriori verifiche e a sollecitare l’attenzione delle istituzioni nella definizione delle politiche pubbliche.

Aparicio ha spiegato di aver vissuto quei risultati con «preoccupazione, ma anche un’enorme responsabilità scientifica ed etica». A suo giudizio, i dati mostrano un’esposizione che deve essere studiata, resa pubblica e considerata nelle decisioni sulla gestione degli agrofarmaci.


Le accuse dell’istituto e la difesa

L’Inta contesta alla ricercatrice diverse irregolarità, tra cui il presunto superamento dei propri superiori e l’occultamento di informazioni. Aparicio respinge le accuse e sostiene di avere registrato per iscritto ogni passaggio del lavoro: dalle attività svolte ai protocolli adottati, fino agli aggiornamenti sullo stato del progetto.

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Dopo oltre vent’anni trascorsi nell’istituto, la studiosa affronta così una possibile espulsione dalla pubblica amministrazione. Il suo curriculum comprende più di 150 pubblicazioni e circa 3.500 citazioni scientifiche; all’interno dell’Inta era considerata una delle principali esperte di agrochimica. «La mia vita è cambiata profondamente», ha dichiarato, sottolineando il rischio di interrompere sia il proprio percorso professionale sia la continuità lavorativa.

La vicenda ha alimentato il timore che le pressioni economiche possano favorire l’autocensura nella ricerca pubblica. Nel consiglio direttivo dell’Inta siedono anche rappresentanti dei grandi operatori agricoli, mentre Aacrea, Sociedad Rural Argentina e Coninagro sostengono l’impiego dei prodotti di Bayer, già Monsanto, e Syngenta e li descrivono come strumenti sicuri per la salute umana e l’ambiente.


La mobilitazione a sostegno

Contro la procedura si sono schierati il sindacato nazionale del personale dell’Inta, la Facoltà di Agronomia dell’Università di Buenos Aires e la Coordinadora de pueblos fumigados. Secondo queste realtà, una sanzione così severa per un’attività svolta nell’ambito di un progetto istituzionale indebolirebbe l’intero sistema della ricerca pubblica e limiterebbe il diritto dei cittadini a sapere chi contamina i territori.

Anche i partner internazionali di Sprint hanno difeso l’operato di Aparicio e il rispetto dei protocolli scientifici. Violette Geissen, docente dell’Università di Wageningen e coordinatrice generale del progetto, ha osservato che «è evidente che ciò che abbiamo trovato non è stato conveniente per molte persone».

La ricercatrice chiede ai colleghi di proteggere l’autonomia della scienza e alla popolazione di rivendicare il diritto a conoscere i risultati finanziati con risorse pubbliche. Il governo di Javier Milei, più volte sollecitato sulla vicenda, non ha finora fornito una risposta.

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