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Attualità 4 min di lettura12 ott

Pace a Gaza, il nodo che i cortei non sciolgono: il ruolo di Hamas

Il riconoscimento della Palestina e le accuse a Israele riaprono il confronto su Hamas, sulle responsabilità nella guerra e sulle condizioni necessarie per una pace duratura.

La pace, in questo scenario, dovrebbe poggiare su due condizioni inseparabili: una Palestina libera anche dal controllo di Hamas e un Israele il cui diritto all’esistenza non sia continuamente rimesso in discussione. È il punto che, secondo questa lettura, una parte delle piazze europee non riesce a esprimere con chiarezza.

Diversi governi del continente hanno riconosciuto lo Stato palestinese, mentre la Cisgiordania non è ancora riuscita a svolgere le elezioni già previste. A Gaza, intanto, la crisi umanitaria entra nei mesi più freddi senza che sia stata istituita una struttura europea capace di consegnare gli aiuti direttamente alla popolazione. Rimane inoltre il problema del mancato disarmo di Hamas e del rischio che i soccorsi vengano intercettati dalle sue milizie.

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Le piazze e il significato del 7 ottobre

Sabato scorso sindacati, partiti della sinistra e movimenti vicini alla causa palestinese hanno portato migliaia di persone in corteo in varie città italiane. Le manifestazioni hanno accusato Israele di «genocidio» a Gaza e indicato come corresponsabili i governi guidati da Benjamin Netanyahu, Donald Trump e Giorgia Meloni.

Nel discorso pubblico, però, il ricordo dell’attacco del 7 ottobre 2023 sembra occupare uno spazio sempre più ridotto. Quel giorno Hamas uccise circa milleduecento persone e ne rapì oltre duecentocinquanta. A Torino, una rappresentante di un coordinamento per Gaza ha definito quella data una «giornata di resistenza», mentre a Milano il corteo è stato preceduto da uno striscione che invocava una Palestina «dal fiume al mare» e condannava il sionismo.

Attribuire la definizione di «resistenza» all’uccisione di civili e al sequestro di ostaggi significa, secondo l’argomentazione proposta, cambiare il nome agli autori e oscurare quello delle vittime. Anche lo slogan sulla Palestina estesa dal fiume al mare lascia irrisolta una domanda: quale posto sarebbe previsto per gli israeliani? Non tutti i partecipanti alle manifestazioni condividono queste posizioni, ma il mancato dissenso pubblico viene considerato comunque significativo.


Accuse a Israele e prove da valutare

Nel dibattito è entrato anche il Nobel per la pace 2026 assegnato a Navi Pillay, già alla guida della commissione d’inchiesta dell’Onu che ha accusato Israele di avere compiuto atti genocidi a Gaza. La sua attività nel campo dei diritti umani resta distinta dalle conclusioni di quel lavoro, che tuttavia non ha natura giudiziaria: una commissione d’inchiesta non pronuncia una sentenza e un riconoscimento internazionale non la sostituisce.

Le accuse rivolte al governo israeliano, dunque, dovrebbero essere esaminate nel merito senza trasformarsi in un giudizio sull’esistenza dello Stato di Israele. La stessa cautela viene richiesta per il documentario “Naza”, costruito su testimonianze anonime attribuite a militari e membri dell’intelligence israeliana.

L’esercito ha contestato sia il contenuto del film sia la possibilità di verificare le fonti utilizzate. Alcuni oppositori di Netanyahu, inoltre, leggono quei sistemi di selezione degli obiettivi in modo opposto: non come strumenti per aumentare le vittime civili, ma come meccanismi pensati per limitarle. Un’opera cinematografica non ha il valore di una prova processuale e il semplice riferimento a un «algoritmo» non rappresenta una confessione.

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Il peso delle responsabilità di Hamas

Resta così aperto il tema del ruolo di Hamas nella tragedia della popolazione che il movimento sostiene di rappresentare. L’organizzazione governa Gaza da quasi vent’anni e ha destinato parte dei finanziamenti ricevuti per la solidarietà alla costruzione di una vasta rete sotterranea usata a fini militari.

Quando gli è stato chiesto perché non fossero stati predisposti rifugi per i civili, Mousa Abu Marzouk ha sostenuto che i tunnel sono riservati ai combattenti e che la protezione della popolazione spetta all’Onu. Altri dirigenti, tra cui Yahya Sinwar, hanno invece presentato le morti dei civili come un elemento utile sul piano strategico.

Il metodo descritto è quello di condurre le operazioni in prossimità di abitazioni, scuole e ospedali, per poi utilizzare distruzioni e vittime nella comunicazione politica. In questa prospettiva, la sofferenza della popolazione non sarebbe soltanto una conseguenza della guerra, ma anche uno strumento di propaganda.

Le statistiche più citate provengono dal ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, che non separa i civili dai combattenti. Riprenderle senza precisazioni significa affidarsi senza riserve a una fonte coinvolta nel conflitto. Questo non autorizza a identificare i palestinesi con Hamas: le responsabilità dell’organizzazione non possono essere attribuite all’intera popolazione, ma nemmeno rimosse in suo nome.


Genocidio e diritto di guerra

Il numero delle vittime, da solo, non dimostra l’esistenza di un genocidio. Per arrivare a una simile qualificazione occorre provare l’intenzione di distruggere un gruppo in quanto tale; è precisamente su questo requisito che le conclusioni della commissione dell’Onu dovrebbero essere sottoposte a un esame rigoroso.

Chiedere a Israele il rispetto delle regole applicabili ai conflitti armati è legittimo. Diventa invece una forma di doppio standard pretendere spiegazioni per ogni decisione israeliana e quasi nessuna da Hamas, soprattutto quando il movimento combatte in mezzo alla popolazione e sfrutta la presenza dei civili.

Una critica severa alle autorità israeliane non coincide con la negazione del diritto di Israele a esistere. Allo stesso modo, definire l’attacco del 7 ottobre una forma di resistenza finisce per riabilitare, sul piano linguistico e politico, un massacro di civili e il rapimento di ostaggi. Una prospettiva di pace credibile dovrebbe tenere insieme entrambe le esigenze: proteggere i palestinesi e rifiutare il potere di Hamas, senza trasformare la sicurezza israeliana in una colpa.

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