Ostaggi e 7 ottobre: Katz ordina la caccia ai miliziani ancora vivi
Mentre si ricostruisce il destino degli ostaggi, il ministro della Difesa israeliano aggiorna il bilancio dei combattenti uccisi dopo l’attacco del 2023.
Gli ultimi 20 ostaggi, secondo la ricostruzione fornita, sarebbero stati liberati soltanto il 13 ottobre 2025, dopo oltre due anni di attesa per alcune delle persone catturate durante l’assalto a Israele. Nel frattempo, 168 persone erano riuscite a tornare dai propri familiari attraverso operazioni militari e intese negoziate.
La lunga crisi degli ostaggi
La diplomazia internazionale ha lavorato a lungo per favorire gli scambi. Qatar, Egitto e Stati Uniti hanno condotto colloqui indiretti tra Israele e Hamas, mentre il conflitto si allargava anche al Libano e all’Iran. Il bilancio degli ostaggi rimasti coinvolti comprende persone uccise da Hamas e altre morte durante gli scontri con l’esercito israeliano.
I primi quattro prigionieri furono rilasciati in due momenti distinti: il 20 ottobre, tredici giorni dopo l’attacco, Hamas consegnò due persone invocando ragioni umanitarie; tre giorni più tardi tornarono libere due donne anziane. Durante la tregua del novembre 2023, altri 105 ostaggi furono liberati in cambio della scarcerazione di circa 240 detenuti palestinesi da parte delle autorità israeliane.
La ripresa dell’offensiva, nel dicembre successivo, riportò i combattimenti nel sud della Striscia, nell’area di Khan Younis. In una delle operazioni più dolorose per la società israeliana, tre ostaggi morirono per errore durante un’incursione militare. Una nuova pausa nei negoziati, nel gennaio 2025, portò alla liberazione di 33 persone.
Le accuse sulle violenze del 7 ottobre
La dimensione dell’attacco è stata esaminata anche da una commissione delle Nazioni Unite guidata da Pramila Patten. Nel marzo 2024, l’indagine riferì di avere raccolto «informazioni chiare e convincenti» sull’esistenza di violenze sessuali commesse quel giorno.
Gli episodi verificati riguardarono il festival Supernova, la strada 232 e il kibbutz Re’im. Il rapporto delle Nazioni Unite sottolineò inoltre che alcune vittime delle violenze furono poi uccise.
Katz rilancia la caccia ai superstiti
Alla vigilia del terzo anniversario dell’assalto, Israel Katz ha fatto sapere di avere concordato con Benjamin Netanyahu una linea operativa contro i miliziani ancora in vita. Esercito e servizi di sicurezza, secondo il ministro della Difesa israeliano, dovranno colpirli «senza limitazioni e in qualsiasi circostanza».
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Katz ha anche aggiornato il bilancio dei combattenti coinvolti nell’attacco: circa 6mila miliziani avrebbero attraversato il confine il 7 ottobre 2023 e 4.000 sarebbero stati uccisi da allora. L’annuncio arriva mentre Israele si prepara a commemorare l’evento che ha aperto la fase più sanguinosa del conflitto recente.
L’assalto che sconvolse Israele
L’incursione ebbe inizio alle 6:30 di sabato 7 ottobre 2023, durante lo shabbat e la festività di Simchat Torah. Miliziani di Hamas e della Jihad Islamica superarono la barriera dalla Striscia di Gaza e raggiunsero il sud di Israele, attaccando centri abitati, kibbutz, installazioni militari e un festival musicale.
Il bilancio iniziale fu di circa 1.200 morti e 251 persone sequestrate e trasferite a Gaza. Il giorno seguente il governo israeliano proclamò lo stato di guerra, una decisione che non veniva adottata da cinquant’anni, dalla guerra dello Yom Kippur del 1973.
Tra i luoghi più colpiti ci fu il festival Nova, dove morirono oltre 370 giovani e altre persone furono catturate mentre cercavano di allontanarsi. Da quelle ore proviene anche il filmato divenuto uno dei simboli dell’attacco: Noa Argamani viene mostrata mentre è portata verso Gaza su una motocicletta.
I gruppi armati entrarono inoltre nei kibbutz di Be’eri, Kfar Aza e Re’im, dove furono massacrate famiglie intere e vennero incendiate abitazioni. Anche la strada statale 232 divenne teatro di uccisioni, con numerosi automobilisti intrappolati durante la fuga.
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