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Ordine mondiale, l’America arretra: la sfida cinese e il bivio europeo

Il politologo Emidio Diodato analizza il passaggio a una fase post-americana, il tentativo di Pechino di fissare nuove regole e le divisioni che frenano l’Europa.

La fase dell’egemonia statunitense non è ancora stata sostituita da un nuovo equilibrio stabile. Washington non riesce più a sostenere da sola l’ordine internazionale costruito nel corso del Novecento, mentre la Cina prova a colmare quel vuoto senza limitarsi a diventare il nuovo polo di una contrapposizione simile alla Guerra fredda.

È questa la tesi di Emidio Diodato, professore ordinario di Scienza politica all’Università per Stranieri di Perugia, che nella nuova edizione di “Che cos’è la geopolitica”, pubblicata da Carocci, interpreta le trasformazioni in corso e il possibile ruolo dell’Europa.

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La Cina vuole riscrivere le regole

Secondo Diodato, il mondo è già entrato in una fase successiva alla centralità americana, ma il suo esito resta aperto. Non è detto che si affermi un sistema multipolare né che Pechino punti soltanto a sostituire Washington nella gerarchia delle potenze. Il nodo, per il politologo, riguarda soprattutto il significato stesso di civiltà e la capacità di stabilire criteri riconosciuti a livello internazionale.

“La Cina vuole sostituire gli Stati Uniti nel dettare gli standard di civiltà”, afferma Diodato. A suo giudizio, l’iniziativa per creare a Shanghai un’organizzazione internazionale dedicata alla cooperazione e alla gestione dell’intelligenza artificiale mostra il metodo seguito da Pechino: costruire nuovi organismi nei quali possa contribuire direttamente a fissare priorità e norme.

La competizione, quindi, non si svolge esclusivamente sul piano militare. Infrastrutture, scambi commerciali, reti finanziarie, tecnologie e standard condivisi diventano strumenti di potere. La Cina tenta così di occupare lo spazio lasciato libero dagli Stati Uniti, favorendo una riorganizzazione delle regole più che un ritorno a un sistema internazionale completamente privo di vincoli.


Trump e il ritorno dei grandi spazi

Nel libro, la traiettoria americana viene riletta attraverso il cosiddetto “destino manifesto”, dalla dottrina Monroe fino alla costruzione dell’ordine atlantico. Diodato collega la linea di Donald Trump a una tradizione precedente rispetto all’internazionalismo liberale, fondata sul controllo strategico dei grandi spazi e sulla tutela diretta degli interessi nazionali.

Il richiamo a William McKinley, le rivendicazioni riguardanti Panama e l’Artico e la scelta di rinominare il golfo del Messico vengono indicati come segnali di questa impostazione. È una visione che si innesta sulle intuizioni di Alfred Thayer Mahan e Halford Mackinder, i teorici che avevano attribuito un ruolo decisivo, rispettivamente, al potere marittimo e al controllo delle aree continentali.

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Il testo mette però in guardia dall’uso troppo esteso della parola geopolitica. Nel dibattito pubblico, il termine viene applicato a conflitti, commerci, innovazione tecnologica e decisioni dei governi, spesso senza una definizione condivisa. Per descrivere questa confusione, Diodato richiama l’immagine biblica della torre di Babele e il rischio che l’analisi si trasformi in una sorta di “egopolitica”, modellata sulle convinzioni di chi la propone.


L’Europa ha risorse ma non unità

Il continente dispone di notevoli strumenti economici e, considerando anche il Regno Unito, potrebbe contare su capacità militari rilevanti. Il principale ostacolo, secondo Diodato, non è dunque la scarsità di mezzi, bensì la divisione interna sul grado di integrazione da raggiungere.

Questa frattura non coincide più soltanto con la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra. Attraversa temi come economia, diritti, agricoltura e politica estera, separando i sostenitori dell’integrazione europea da chi la respinge. Poiché l’Unione europea è una costruzione democratica, il superamento della spaccatura non può essere imposto rapidamente né affidato soltanto a una scelta di potenza.

Diodato attribuisce comunque all’Unione un peso decisivo nella guerra in Ucraina. “Senza l’Unione europea la guerra in Ucraina sarebbe conclusa, e si sarebbe conclusa con una vittoria di Putin”, sostiene il politologo, che si dice favorevole a un compromesso capace di fermare il conflitto.


Un equilibrio ancora senza erede

La prospettiva delineata non coincide con quella di uno scontro inevitabile tra Washington e Pechino. La cosiddetta trappola di Tucidide, secondo cui una potenza emergente sarebbe destinata a entrare in conflitto con quella dominante, non rappresenta per Diodato un esito obbligato. La transizione appare invece caratterizzata da più modelli in concorrenza e da un’autorità internazionale sempre meno concentrata in un solo centro.

Il passaggio decisivo sarà capire se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere una funzione ordinatrice, se la Cina riuscirà a imporre i propri criteri e se l’Europa troverà una posizione comune. Per ora, nessuna potenza sembra pronta a raccogliere integralmente l’eredità americana, mentre il sistema internazionale continua a cambiare forma.

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