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Attualità 3 min di lettura2 giorni fa

Omicidio Colapietro, il mistero dopo la droga: cosa raccontano gli indagati

Le versioni dei tre sospettati si intrecciano tra sostanze stupefacenti, tentativi di occultamento e telefonate disperate alla madre e all’ex compagna.

Il punto più controverso dell’indagine sull’omicidio di Colapietro è il contrasto tra la confusione provocata dalle droghe e le azioni compiute dopo la morte. Secondo gli elementi raccolti finora, il corpo del 39enne sarebbe stato smembrato e trattato con sacchi neri, candeggina e cemento a presa rapida nel tentativo di cancellare le tracce.

A confessare l’uccisione è stato Cristian Matheus De Oliveira Morando, 26 anni. La sua ricostruzione colloca la vittima nell’abitazione di Nicole Formichetti, insegnante di Lettere, dove Colapietro si sarebbe fermato prima per consegnare la sostanza stupefacente e poi per assumerla insieme agli altri.


Il dopo-delitto pesa sull’inchiesta

Nelle due giornate successive, secondo quanto riferito da De Oliveira, Formichetti avrebbe cercato in rete indicazioni per eliminare il cadavere e riprendere una vita normale. Il giovane l’ha descritta agli investigatori come la persona più determinata a trovare una soluzione e avrebbe riferito che la donna era stata definita da lui “satana”.

La ricostruzione contenuta nell’ordinanza di 18 pagine firmata dal giudice per le indagini preliminari Antonio Borretta mette in evidenza una presunta capacità organizzativa nella fase successiva all’omicidio. Per il gip, Formichetti avrebbe mostrato “indubbia capacità di organizzazione dell’attività illecita e ostinata pervicacia nel perseguirla, sintomo di spiccata pericolosità e determinazione criminale”.

I primi resti sarebbero stati sistemati in una valigia da De Oliveira e dalla professoressa. Un taxi li avrebbe poi accompagnati lungo la Dora, dove i sacchi furono abbandonati e in seguito recuperati dai vigili del fuoco. Nella casa, intanto, il corpo sarebbe rimasto nella vasca da bagno mentre venivano acquistati altri materiali, tra cui il cemento a presa rapida.


La droga e la versione del 26enne

A incidere sui ricordi e sulla lucidità degli indagati potrebbe essere stato il consumo prolungato della cosiddetta droga delle scimmie, la MDPHP. Si tratta di una sostanza sintetica che agisce sul sistema nervoso centrale: all’iniziale sensazione di euforia possono subentrare paranoia, allucinazioni, deliri persecutori e una minore percezione del dolore.

Dopo un giorno e una notte segnati dall’assunzione di stupefacenti sarebbe avvenuto l’omicidio. Wilmer Perga, difensore di De Oliveira Morando, sostiene che l’ipotesi giuridica potrebbe essere quella dell’omicidio preterintenzionale: “Lui ha ammesso il fatto dicendo che ha ucciso quell’uomo, seppure involontariamente”.

Il giovane, però, avrebbe anche cercato aiuto. Gli investigatori hanno esaminato i tentativi di contatto con la madre e con l’ex compagna, ai quali avrebbe detto di trovarsi in una situazione pericolosa e di voler informare la polizia una volta superata l’emergenza.

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Le telefonate e il ruolo degli altri due

Mercoledì 23 l’ex compagna avrebbe ricevuto una videochiamata su WhatsApp, trovando De Oliveira in evidente stato confusionale. Il giorno dopo lo avrebbe visto nuovamente durante una chiamata mentre acquistava il cemento destinato, secondo l’accusa, alle operazioni di occultamento.

Anche la madre è stata contattata, sebbene il figlio fosse terrorizzato dalla possibilità di parlare apertamente. La donna ha spiegato agli inquirenti che il riferimento all’“odore di arance” sarebbe stato un messaggio in codice per segnalare la presenza di un cadavere nell’abitazione, richiamando un’usanza del suo Paese legata all’assorbimento dei cattivi odori.

Keith Simon Domingo, 22 anni, nega invece di aver preso parte all’uccisione o alla mutilazione del corpo. La sua versione è di aver acquistato soltanto i sacchi neri utilizzati per trasportare i resti.

Formichetti, che fino a giugno insegnava italiano all’istituto superiore D’Oria di Ciriè, nel Torinese, durante l’interrogatorio di garanzia ha scelto di non rispondere. La donna, originaria di Rieti e trasferitasi da anni in Piemonte, era descritta come una docente capace di coinvolgere gli studenti; i suoi legali Alessandro Bellina e Chiara Romano ritengono che “probabilmente non ha ancora realizzato quello che ha fatto”.

Tutti e tre gli indagati restano in carcere, come richiesto dalla procuratrice aggiunta? No, dalla pm Lea Lamonaca. La Squadra mobile dovrà ora confrontare racconti frammentari e versioni non coincidenti, sotto il coordinamento del procuratore capo Giovanni Bombardieri e della sostituta Lamonaca.

La Procura di Torino non ha ancora comunicato se sarà disposta un’autopsia sui resti di Colapietro. Le condizioni del cadavere potrebbero comunque rendere necessario un esame da parte della polizia scientifica, utile a chiarire alcuni passaggi dell’inchiesta.

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