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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Neet, la colpa non è dei videogiochi: la lettura di Lancini

Lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini invita a superare l’etichetta dei giovani inattivi e punta il dito contro una società adulta incapace di ascoltare davvero

Non sono semplicemente ragazzi svogliati, viziati o incapaci di affrontare le responsabilità. Dietro la condizione dei Neet — giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione — possono esserci disillusione, fragilità relazionali e una crescente sfiducia nei confronti degli adulti. È questa la chiave di lettura proposta da Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro.

Docente all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e all’Università Cattolica di Milano, Lancini ha affrontato il tema anche nel libro “A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni”, pubblicato da Einaudi. Secondo lo psicologo, ridurre tutto all’influenza della rete o alla mancanza di regole significa evitare le domande più scomode sulle responsabilità del mondo adulto.

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Il disagio nasce anche dalle promesse tradite

L’etichetta Neet raccoglie esperienze molto differenti: c’è chi interrompe la scuola, chi non riesce a entrare nel mercato del lavoro e chi non riesce più a immaginare un futuro. A unire queste situazioni, spiega Lancini, non è necessariamente il rifiuto dell’impegno, ma una dimensione affettiva e personale segnata dalla perdita di fiducia. Anche il contesto sociale, dalla precarietà occupazionale alle opportunità disponibili, pesa sulle scelte individuali.

L’idea secondo cui le nuove generazioni avrebbero ricevuto tutto e per questo non saprebbero rinunciare alle comodità viene respinta. I giovani, osserva lo psicologo, sono cresciuti sentendosi promettere maggiore ascolto da parte della famiglia e della scuola, ma spesso hanno sperimentato l’opposto. “Le nuove generazioni sono disilluse perché sono cresciute in una società che prometteva loro di essere più ascoltate, ma che ha finito per tradire questa promessa”, afferma Lancini.

Anche l’ascolto, però, viene praticato in modo selettivo. Gli adulti tendono ad accogliere più facilmente le emozioni che non mettono in discussione il loro equilibrio, mentre paura, rabbia e tristezza vengono spesso corrette o minimizzate. Dire a un bambino che il cane non è pericoloso, quando lui ha appena espresso timore, significa rispondere alla situazione senza riconoscere davvero ciò che sta provando.


Perché la rabbia resta spesso rivolta verso sé

Nel ragionamento di Lancini, il futuro incerto contribuisce a rafforzare il disincanto. Per alcuni giovani anche un’offerta di lavoro può apparire come una richiesta di adattamento totale, quasi la rinuncia alla propria identità in cambio dell’ingresso nel mondo adulto. Non si tratta soltanto di difendere il tempo libero, ma di non riconoscersi nel modello di vita proposto.

La responsabilità, secondo lo psicologo, non può essere trasferita automaticamente alla musica, ai videogiochi o a internet. Gli adulti consumano risorse, aggravano la crisi ambientale e lasciano ai più giovani prospettive difficili; quando emerge il disagio, però, preferiscono cercare un colpevole esterno. “Dovremmo piuttosto domandarci perché, invece di entrare in conflitto con gli adulti, tanti giovani finiscano per rivolgere la rabbia contro se stessi”, sostiene.

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Il conflitto tra generazioni, inoltre, appare meno visibile rispetto al passato. Al posto della protesta collettiva e della ribellione, molti ragazzi sembrano cercare una relazione affidabile e una persona capace di ascoltarli senza giudicarli. Questo può tradursi in comportamenti autolesivi o in altre forme di sofferenza, proprio perché la tensione non trova uno spazio condiviso in cui essere espressa.


Una scuola capace di riconoscere i ragazzi

La scuola dovrebbe diventare uno dei primi luoghi in cui intercettare la perdita di fiducia, ma spesso è anche l’ambiente nel quale il disagio prende forma. Lancini propone di ripensarla a partire dai bisogni degli studenti, evitando di confondere la cultura con la sola valutazione delle competenze e dei risultati.

Anche le modalità di controllo andrebbero riconsiderate. Registro elettronico, sorveglianza costante e geolocalizzazione vengono presentati agli adulti come strumenti di protezione, mentre comportamenti simili tra ragazzi sono talvolta interpretati come possesso o controllo. Per Lancini, questa differenza rivela una contraddizione nel modo in cui la società guarda all’autonomia delle nuove generazioni.

Lo stesso vale per il rapporto con internet. Il tempo trascorso in rete, preso isolatamente, non basta a definire una dipendenza o a spiegare un problema psicologico. In una società ormai connessa, la valutazione dovrebbe concentrarsi sulla qualità delle relazioni e sul funzionamento complessivo della persona, non soltanto sul numero di ore passate davanti a uno schermo.

Tra le proposte indicate dallo psicologo ci sono una maggiore attenzione alla privacy nell’infanzia, una revisione delle pratiche di esposizione dei bambini e la possibilità per gli studenti di conoscere i propri voti prima che vengano visualizzati dai genitori. Lancini richiama inoltre la necessità di restituire a bambini e adolescenti cortili, giardini e altri luoghi di socialità, riconoscendo anche i loro bisogni emotivi.

La direzione auspicata è riassunta nella richiesta di un cambio di prospettiva: “Serve una nuova cultura che dica più ‘sì’ ai giovani e più ‘no’ agli adulti e alle loro abitudini”. Non un invito a cancellare ogni limite, ma a interrogarsi su ciò a cui i ragazzi hanno dovuto rinunciare e sulle opportunità che sono state loro sottratte. Nel rapporto con psicologi e insegnanti, conclude Lancini, molti giovani continuano a cercare soprattutto qualcuno disposto a domandare loro chi siano davvero.

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