Mousavi, pena capitale in Iran per i messaggi sui social
L’attivista è accusato di «corruzione sulla terra»; per le Ong il reato è vago e contestato
Amirhossein Mousavi, 40 anni, è stato condannato a morte in Iran per i contenuti pubblicati sui social network.
La decisione è stata contestata dal diretto interessato, che dal carcere di Evin ha definito false le confessioni trasmesse dalla televisione di Stato. In un messaggio diffuso dopo la messa in onda, Mousavi ha respinto ogni legame con attività di spionaggio o guerra psicologica.
Secondo le autorità iraniane, l’uomo avrebbe lavorato per il Mossad israeliano e avrebbe contribuito ad alimentare le proteste nazionali del 2022. La sua difesa e le organizzazioni per i diritti umani hanno invece denunciato pressioni durante la detenzione.
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Le accuse contestate da Mousavi
Il procedimento si è concentrato sull’accusa di «corruzione sulla terra», una delle imputazioni più pesanti previste dalla legislazione iraniana. Iran Human Rights, organizzazione con sede in Norvegia, ha riferito che il caso è legato alla sua attività di dissenso attraverso la rete.
L’avvocato Reza Shafakhah ha annunciato la condanna spiegando che il suo assistito aveva utilizzato Twitter e Instagram con profili anonimi. Gli investigatori hanno sostenuto di aver collegato Mousavi all’account chiamato «James B. Din», riconducendo a lui i contenuti pubblicati.
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L’arresto e la detenzione
Mousavi è stato fermato nel dicembre 2024 insieme alla moglie, all’aeroporto di Teheran. I due stavano per raggiungere l’isola di Kish, nel Golfo, quando sono stati arrestati.
L’uomo ha trascorso 148 giorni in isolamento. Il 6 ottobre 2025 la televisione pubblica iraniana ha trasmesso sue confessioni durante il notiziario delle 20:30; Iran Human Rights sostiene che siano state ottenute con la coercizione.
Il ruolo attribuito al Mossad
Nella ricostruzione diffusa dalle autorità, Mousavi avrebbe gestito una struttura dedicata allo spionaggio e alla guerra psicologica per conto di Israele. Per le attività in rete avrebbe utilizzato anche lo pseudonimo «James the Faithless».
Le accuse comprendono inoltre il presunto sostegno alle proteste del 2022. Dopo la trasmissione delle confessioni, però, Mousavi ha fatto arrivare dal carcere una smentita, definendo «completamente falso» quanto mandato in onda.
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