Moda, il lusso cade a pezzi: il teatro irriverente di Karlsson
Tra corpi che crollano, abiti scontati e pubblico messo sotto osservazione, Beate Skonare Karlsson usa la passerella per mostrare le fragilità del sistema moda.
Il pubblico non resta più protetto dal buio della sala. In The Female Gaze sono le modelle a osservare gli ospiti, mentre chi normalmente guarda viene costretto a esporsi e a gestire il proprio corpo nello spazio. Alcuni accelerano il passo, altri si fermano e sembrano assaporare quell’improvvisa attenzione.
Da questa inversione nasce, secondo Beate Skonare Karlsson, «una sorta di silenzioso effetto domino». La passerella smette così di essere soltanto il luogo in cui si mostrano gli abiti: diventa uno specchio che restituisce lo sguardo a chi lo esercita abitualmente.
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Il sistema osservato da vicino
La domanda sui confini attraversa tutto il lavoro della designer. Nel 1921 Ludwig Wittgenstein scriveva nel Tractatus Logico-Philosophicus, proposizione 5.6, «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». Per Karlsson, però, quel confine riguarda anche il corpo, il denaro, i materiali, il tempo e le regole sociali.
Il numero di Linkiesta Etc dedicato ai limiti raccoglie questo percorso insieme ad altri contenuti sul tema. La rivista è distribuita in alcune edicole di Milano e Roma, oltre che negli aeroporti e nelle stazioni italiane, e può essere ordinata.
Una biografia costruita per mutazioni
Nata a Stoccolma nel 1995, Karlsson è cresciuta in un ambiente creativo segnato dalla musica, dalle sorelle e dalla costruzione artigianale di piccoli mondi. A diciannove anni si è trasferita a New York per studiare alla Parsons, prima di passare da Central Saint Martins e di collaborare con Coach e Pyer Moss.
Il suo interesse non si è concentrato sull’accessorio come semplice ornamento. In The Bum ha trasformato in silicone una replica indossabile del sedere di Kim Kardashian; con le chicken feet shoes, portate anche da Doja Cat, ha invece portato l’anatomia e la cultura delle celebrità verso un immaginario quasi zoologico.
Avavav rompe la passerella
Nel 2020 Karlsson è entrata nell’orbita di Avavav, marchio fiorentino poi affidato alla sua direzione creativa. L’etichetta le ha offerto un terreno adatto a mescolare tessuti recuperati, manifattura italiana e resti simbolici del lusso, con un linguaggio fatto di ironia, spettacolo e sperimentazione.
La designer considera Avavav una casa per il gioco creativo, ma il gioco mette in discussione un’intera organizzazione del lavoro. «Penso che la moda abbia un rapporto complesso con i limiti», ha spiegato, distinguendo tra vincoli utili e abitudini ricevute che nessuno si prende più il tempo di interrogare.
Secondo Karlsson, anche l’assenza totale di confini può diventare un ostacolo. Il problema riguarda soprattutto il modello produttivo che impone di disegnare, organizzare, comunicare e restare costantemente visibili, spesso senza lasciare spazio al lavoro vero e proprio.
Quando l’errore diventa spettacolo
Con Filthy Rich, collezione primavera-estate 2023, le cadute delle modelle sono entrate deliberatamente nella coreografia. Il gesto che una sfilata cerca normalmente di evitare è diventato invece il centro dell’azione, riportando la moda dalla perfezione astratta alla gravità, alla fatica e alla vulnerabilità.
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In Fake It Till You Break It il cedimento si è spostato dagli esseri umani agli abiti. Si aprono i top, cedono le minigonne, si spezzano i tacchi e anche l’allestimento sembra perdere stabilità. Il difetto, normalmente nascosto dal lusso, viene esibito come parte integrante della collezione.
Il tempo divora le idee
Con No Time to Design, No Time to Explain il limite assume una forma meno visibile: è il tempo sottratto alla progettazione da contratti, fornitori, consulenti, ritardi e incombenze amministrative. In un marchio piccolo, ha osservato Karlsson, il ruolo si frammenta perché non ci si limita a disegnare: bisogna occuparsi di quasi tutto.
La stessa logica raggiunge il pubblico in Thanks For Your Feedback. Sullo schermo scorrono messaggi aggressivi e gli spettatori vengono invitati a scagliare contro le modelle bucce di banana, lattine, uova e altri rifiuti. I commenti digitali diventano così oggetti concreti e l’azione del pubblico entra direttamente nella performance.
Questa scelta introduce anche un confine morale. Karlsson lo lega al consenso e alla libertà individuale: nessuno dovrebbe essere intrappolato, esposto o costretto a partecipare contro la propria volontà. «Quando qualcosa accade a spese di una persona, invece che insieme a quella persona, il limite è stato oltrepassato», ha detto.
Dal corpo alla svendita
Nel 2025 The Hole ha portato in passerella figure che sembrano riemergere da una fossa, coperte di terra, sangue, stanchezza e mani scheletriche. Il grottesco, qui, non ha più soltanto una funzione comica: diventa una meditazione sul corpo, lontana dall’idea di una salute permanente e impeccabile.
Con Adidas, la formula High fashion, low performance ha rovesciato il mito dell’efficienza sportiva applicato all’abbigliamento di lusso. In Soon on Sale, invece, il collasso non viene rappresentato da un corpo o da un abito distrutto, ma dalla sua destinazione commerciale: l’outlet.
Un vestito rosso di paillettes con la scritta 80% Sale sulla schiena condensa questa contraddizione. Il capo conserva l’apparenza del gala, ma porta già addosso il destino della merce svalutata. Il limite diventa allora economico: il punto in cui il desiderio si trasforma in rimanenza, reso o giacenza.
L’imbarazzo resta in scena
Karlsson non usa la vergogna come semplice decorazione. La lascia comparire, la rende condivisibile e la collega al funzionamento quotidiano della moda. Per lei l’imbarazzo può nascere in moltissime situazioni ed è praticamente ovunque, proprio perché il sistema pretende continuamente controllo e sicurezza.
Anche il lavoro creativo, in questa prospettiva, serve forse a impedire un cedimento più profondo e silenzioso. Far affiorare il disagio durante una sfilata significa renderlo visibile prima che si trasformi in una frattura interna, senza fingere che la provocazione sia innocua o priva di conseguenze.
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