Minori violenti in piazza, Galiano: «Può esserci anche noia»
Il professore e scrittore riflette sulle ragioni delle violenze commesse dai più giovani e richiama alle responsabilità condivise di scuola, famiglie e istituzioni.
A colpire Enrico Galiano non sono soltanto le immagini degli scontri, ma anche la presenza di adulti schierati per proteggere i ragazzi. Il professore e scrittore ha ricordato il cordone formato dagli insegnanti durante le proteste, un gesto che gli ha mostrato come non sia ancora scomparso chi sceglie di stare accanto agli studenti.
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Tra cariche e adulti presenti
Galiano ha spiegato di aver visto le scene degli interventi delle forze dell’ordine, senza però sentirsi in grado di giudicarle pienamente: per farlo, ha osservato, sarebbe necessario conoscere ciò che era avvenuto prima. Quelle immagini, comunque, non lo hanno lasciato indifferente.
Nel suo ragionamento è entrato anche un riferimento alla Francia, dove in alcune occasioni insegnanti e sindaci hanno manifestato solidarietà ai partecipanti. Il punto, per il docente, è che una parte del mondo adulto continua a riconoscere nei giovani interlocutori da ascoltare, anche quando le proteste degenerano.
Quando il limite non viene percepito
Un altro elemento riguarda il rapporto dei giovanissimi con le conseguenze delle proprie azioni. Secondo Galiano, alcuni non sembrano comprendere davvero l’esistenza delle norme e del reato, mentre altri possono sentirsi protetti dall’idea che prima dei 14 anni non si possa procedere all’arresto.
Il professore ha però respinto l’idea che la scuola possa farsi carico da sola di ogni fragilità. Gli insegnanti, ha ricordato, non sono psicologi né psichiatri; con maggiori risorse e più personale, tuttavia, avrebbero forse la possibilità di intercettare prima certe situazioni.
La rabbia cerca un bersaglio
Di fronte a ragazzi che lanciano oggetti e danneggiano ciò che incontrano, Galiano ha invitato a non fermarsi alla condanna del gesto. Per capire davvero quei comportamenti, ha precisato, bisognerebbe conoscere la storia di ciascuno dei minori coinvolti.
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La domanda centrale resta allora quella sulle ragioni della rabbia: contro chi è diretta e quale messaggio vuole trasmettere? Il docente ha paragonato la scena a un’assemblea scolastica in cui quasi tutti avanzano proteste comprensibili, mentre uno studente cerca soltanto di trasformare l’incontro in caos.
Segnali ignorati troppo a lungo
A suo giudizio, dietro la protesta della maggioranza dei ragazzi scesi in strada senza provocare disordini possono esserci motivi concreti. Galiano ha citato le scuole in cui le lezioni di matematica iniziano soltanto a novembre per la mancanza di docenti e gli studenti con disabilità privi dell’insegnante di sostegno.
In questo quadro si inserisce l’ipotesi di un «vuoto educativo», cioè di un sistema che in parte non riesce più a rispondere ai bisogni degli adolescenti. La violenza, pur restando da condannare, può diventare anche il modo distorto con cui una parte di loro segnala di non sentirsi vista.
Famiglia scuola e noia
Il problema, secondo Galiano, non riguarda esclusivamente l’istituzione scolastica. In alcune famiglie i figli rischiano di essere considerati un intralcio o semplicemente persone da affidare alla scuola; l’attenzione nei loro confronti arriverebbe così soltanto quando il loro comportamento diventa abbastanza rumoroso da non poter essere ignorato.
Tra le possibili spiegazioni delle azioni dei più piccoli il professore ha inserito anche la noia. Sabato, tra gli 80 manifestanti fermati a Torino, Milano e Bologna, c’erano infatti minori di 13 e 14 anni, alcuni con bombe carta, fumogeni o pietre negli zaini: ragazzi probabilmente estranei ai gruppi organizzati e troppo giovani per avere legami con i fatti del G8 di Genova del 2001.
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