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Attualità 4 min di lettura22 ott

Milano, la piazza può cambiare volto: l’ombra della saldatura anarchica

Gli investigatori temono un avvicinamento tra i giovani protagonisti delle devastazioni di ottobre e l’area anarco-insurrezionalista milanese, già pronta a scendere in strada.

A Milano la preoccupazione non riguarda soltanto i danni provocati dagli scontri di ottobre, ma la possibile nascita di un collegamento stabile tra gruppi diversi per storia e composizione. Da una parte ci sono i giovanissimi protagonisti dei saccheggi del 17 e 18 ottobre; dall’altra una galassia anarchica che da anni cerca nuovi spazi di agibilità e nuovi interlocutori. Il corteo annunciato per sabato pomeriggio potrebbe diventare il primo banco di prova di questa convergenza.

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La rivolta come terreno comune

Nel messaggio diffuso dal Movimento 17 ottobre, i partecipanti rivendicano autonomia rispetto a partiti e organizzazioni. Il volantino del gruppo Galipettes, che convoca il corteo alle 14.30 in via Alberto Da Giussano, invita invece a stare accanto a chi protesta e resiste, sostenendo che alla logica del controllo debba essere contrapposta la solidarietà.

È soprattutto questo linguaggio ad aver attirato l’attenzione degli investigatori. La parola solidarietà viene letta come possibile punto di contatto tra due ambienti che finora sono apparsi distinti, ma che condividono una pratica di piazza fondata sul conflitto e sulla contestazione dello Stato.

Il giudice che ha disposto le prime custodie cautelari per i fatti di Milano ha definito quanto accaduto nel fine settimana una «vera e propria sommossa», sfociata in «aggressioni armate, devastazioni e saccheggi» compiuti contemporaneamente da migliaia di persone. Nelle motivazioni, secondo quanto riportato, compare anche il riferimento a un quadro «decisamente violento e insurrezionale».


Una città attraversata dalla rabbia

Il termine sommossa richiama, anche sul piano giuridico e lessicale, una sollevazione armata contro i poteri pubblici. Per l’area anarco-insurrezionalista, invece, la rivolta rappresenta da tempo uno degli strumenti centrali della propria azione politica. Le due impostazioni, pur nate in contesti differenti, finiscono così per sovrapporsi sul terreno degli scontri.

A Milano, il disagio si intreccia con trasformazioni urbane e fratture sociali che negli anni non sono state ricomposte. Tra i nuovi grattacieli legati al cosiddetto sacco urbanistico e le periferie segnate dai controlli, molti adolescenti italiani e figli di famiglie immigrate percepiscono il centro come uno spazio loro ostile. L’etichetta «maranza», usata per descriverli, tende a racchiudere fenomeni diversi senza spiegarne davvero le cause.

Il dato più pesante emerso dagli scontri riguarda però le aggressioni alle forze dell’ordine: circa 130 agenti sono rimasti feriti. Il dirigente Angelo De Simone è stato fotografato con il volto insanguinato, mentre una camionetta dei carabinieri è stata assalita in piazza Duomo. Per gli investigatori, quella violenza segnala una frattura profonda nella fiducia verso le istituzioni.

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Dai quartieri ai luoghi dell’antagonismo

Due episodi recenti hanno contribuito ad alimentare questa ostilità, senza poterla in alcun modo giustificare. Nel novembre 2024, la morte del giovanissimo Ramy Elgml dopo un inseguimento dei carabinieri fu seguita da una notte di guerriglia contro la polizia. Il 26 gennaio scorso, invece, l’agente Carmelo Cinturrino, in servizio al commissariato Mecenate, ha ucciso il marocchino Abderrahim Zack Mansouri: per quel fatto è stata chiesta la celebrazione del processo con l’accusa di omicidio volontario.

Dal Corvetto ai boschi della droga di Rogoredo, una parte dei giovani della zona ha interpretato entrambi gli episodi come un sopruso rivolto alla propria comunità. Il problema riguarda spesso ragazzi di seconda o terza generazione rimasti fuori dai percorsi scolastici e dal lavoro, con precedenti per reati comuni ma privi di un’identità politica definita.

Dopo le devastazioni, in diversi luoghi frequentati dall’area antagonista sarebbero comparsi anche alcuni dei giovani presenti in piazza. Le annotazioni investigative citano via Gola e il centro sociale Conchetta, considerati punti di riferimento dell’area anarchica, ma anche via Ovada, alla Barona, e le panchine del parco Baden Powell, conosciuto come parco rosso.


Il tentativo anarchico di guidare il fenomeno

L’area anarchica milanese ha già cercato di inserirsi in mobilitazioni nate altrove. Un primo tentativo risale alle manifestazioni contro i vaccini del 2021; in seguito la presenza si è riproposta nelle iniziative a sostegno della Palestina. Durante il fine settimana degli scontri, nelle cosiddette cinque vie, sarebbero stati riconosciuti volti già noti agli ambienti libertari, accanto a esponenti di collettivi studenteschi e del movimento ProPal.

La difficoltà per gli investigatori è individuare una struttura riconoscibile. Dal 2021, la Digos si confronta con gruppi di giovani responsabili di azioni violente ma non facilmente inseribili in categorie politiche o criminali precise. A questa complessità si aggiunge, secondo la ricostruzione, un indebolimento della memoria storica e delle competenze interne alle forze dell’ordine nella lettura dei movimenti e nella gestione dell’ordine pubblico.

La paura che attraversa Milano nasce quindi dalla possibilità che l’area anarchica riesca a inserirsi in una protesta già esplosa autonomamente, trasformandola in qualcosa di più organizzato. Un’operazione simile era stata tentata anche in passato, dalle nuove Brigate Rosse alla mobilitazione per Alfredo Cospito, detenuto al 41 bis. Il corteo di sabato dirà se quel lavoro di avvicinamento può produrre una convergenza concreta.

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