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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Midterm Usa, la guerra all’Iran pesa sulla sconfitta di Trump

Il presidente riconosce l’impatto del caro benzina, ma difende l’operazione e promette benefici nel lungo periodo.

La guerra contro l’Iran ha contribuito alla sconfitta di Donald Trump alle elezioni di metà mandato. I repubblicani hanno perso il controllo sia della Camera sia del Senato, mentre l’aumento dei prezzi è diventato uno dei principali motivi di malcontento negli Stati Uniti.

Trump ha ammesso il peso del conflitto, pur continuando a difendere la decisione di attaccare Teheran. «La guerra ha avuto un ruolo, ma ho fatto la cosa giusta. Lo rifarei», ha dichiarato dopo che era ormai evidente l’ampiezza della battuta d’arresto elettorale.

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Il costo della guerra per gli americani

A incidere sul voto è stato soprattutto il rincaro della benzina, seguito dall’aumento di numerosi beni di consumo. Le conseguenze economiche sono arrivate dopo il blocco totale dello Stretto di Hormuz e quello parziale di Bab el-Mandeb, imposto dall’Iran con il sostegno dei Paesi e dei gruppi alleati.

L’amministrazione statunitense non aveva previsto che Teheran potesse colpire gli alleati di Washington nel Golfo e interrompere il traffico marittimo in due passaggi strategici. Il petrolio è così aumentato rapidamente, trascinando verso l’alto una parte consistente dei prezzi al dettaglio.

Il presidente ha riconosciuto il malcontento per il carburante, sostenendo però che si tratterebbe di un sacrificio limitato nel tempo. «La gente approva quello che sto facendo sull’Iran, ma probabilmente non era pronta ad affrontare la conseguenza iniziale, di breve durata, di pagare di più la benzina. Lo capisco. Non sono d’accordo, perché è un problema temporaneo in cambio di un vantaggio a lungo termine. Peccato», ha detto Trump.


Risultati militari e reazioni iraniane

Sul piano militare, le due campagne missilistiche condotte insieme a Israele non hanno indebolito il governo degli ayatollah né prodotto il suo rovesciamento. Non sono emersi neppure risultati apprezzabili sul contenimento del programma nucleare iraniano o dello sviluppo dei missili di Teheran.

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L’effetto è stato opposto a quello auspicato da Washington: le divisioni interne iraniane si sono attenuate di fronte alla minaccia esterna. Nel frattempo, la Casa Bianca ha tentato diverse strade per contenere la crisi, dal blocco dei porti iraniani, rivelatosi inefficace, alle minacce di un conflitto ancora più esteso rispetto a quello iniziato il 28 febbraio 2026. Trump ha anche raggiunto un’intesa con Vladimir Putin per acquistare gasolio russo, con conseguenze sulla posizione americana rispetto all’Ucraina.

A Teheran, il presidente del Parlamento e capo negoziatore nei colloqui con gli Stati Uniti, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha collegato il voto al costo della vita e alla guerra. «Per coscienza o per il costo della vita, gli americani hanno detto NO ALLA GUERRA e noi sosteniamo questo messaggio», ha scritto, avvertendo che un eventuale disconoscimento della volontà popolare americana avrebbe prodotto nuove conseguenze.

Il vicepresidente del Parlamento, Ali Nikzad Samrin, ha invece sostenuto che Trump abbia fallito sia nella politica interna sia nel tentativo di ottenere una vittoria contro l’Iran. La Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha infine escluso un cambiamento della linea statunitense: secondo lui, chi si aspetta una modifica dei rapporti tra i due Paesi «si sbaglia di grosso».


Il precedente di George W. Bush

Il risultato ricorda la crisi politica affrontata da George W. Bush dopo l’invasione dell’Iraq. Nel 2003 l’allora presidente repubblicano rovesciò il governo di Saddam Hussein, dopo avere avviato la guerra contro Al Qaeda in Afghanistan.

Le conseguenze politiche, economiche e militari dell’intervento furono pesanti. Alle elezioni di metà mandato del 2006, i repubblicani persero sia la Camera sia il Senato, lo stesso esito registrato ora durante la presidenza Trump.

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